Angela Cavelli

psicoanalista e scrittrice...
un sito per leggere, sognare, condividere...

Come sono noiosi quando parlano di Te
e Ti rispettano solo a parole…
E Dio disse: "È ora di piantarla
di rifilare minestre divine".
Non aggiunse altro perché si addormentò.
di Angela Cavelli

Romanzi

chi è Vaga? E come
l'avrà conosciuto mai il
Gatto con gli stivali?

Capitolo 1° e parte del 2°
PRESENTAZIONE
di Giacomo B. Contri

I problemi di Vaga & C.

Un romanzo naif, non ingenuo: non meno di questo.
Benché non a tesi, si trova ad affrontare alcuni problemi.
Prima, vediamo che cosa è “problema”.
Nel libro, questo è bene caratterizzato dall’ineffabile stupidità del problema di tutte le infanzie scolarizzate, quelle dell’inossidabile rubinetto che in un assurdo intervallo di tempo fa colare in quell’immancabile partner che è una vasca da bagno - la cui stupida cubatura la pone al di sopradi ogni sospetto erotico - una bizzarra quantità d’acqua: in quanto tempo? Eccetera.
Non deve sfuggire il duplice crimine immanente in tanta stupidità didattica - che non mi risulta migliorata col “progresso” didattico di oggi, ma solo cambiata - e uno dei meriti del racconto è quello di dare “dignità letteraria” all’indegnità di un mondo globale che non è che l’organizzazione di tante consimili non innocenti banalità.
Primo crimine: questa formulazione del problema educa a quel radicale provincialismo psico-matematico, anzi psico-logico, per cui sarà per sempre sbarrata la strada a poter intendere che il problema - in questo caso quello del rapporto temporale tra flusso e capacità - è strettamente il medesimo che tra laghi o oceani d’un lato, e fiumi o precipitazioni atmosferiche dall’altro. La formulazione del problema preclude il diritto d’accesso all’essenza del problema.
Secondo crimine. In cambio di questo accesso precluso, ne viene fornito uno sostitutivo, un surrogato, che è la corruzione soggettiva in cui si esprime, finalmente, una piena efficacia didattica come efficientismo puro.
Il surrogato di problema è una formulazione di esso non meno banale, mediocre, provinciale, e a un tempo tanto generica e astratta, pur mantenendone e moltiplicandone il contenuto materiale, da poter essere valida su scala mondiale: e infatti proprio lo scorso anno il mondo intero si è scoperto identico a una gigantesca scuola elementare di una Busto Arsizio totale.
Busto Arsizio madrepatria dell’imperialismo. Ecco la formulazione equivalente: posto, d’un lato, un esercito che esprime un certo volume di fuoco nell’unità di tempo, dall’altro una certa concentrazione di persone (supposte armate ma agli effetti pratici come se non lo fossero) per unità di superficie, quanto tempo ci vorrà perché quell’esercito ne uccida centocinquantamila? Un intero esercito ha svolto il tema in classe con lode, o meglio fanfare.
Quando sociologi e giornalisti parlano del mondo come di un “villaggio globale”, dicono un eufemismo mendace per non dire una realtà banale, che è quella del mondo come provincia globale (sono gli stessi che arrivati a questo punto costruiscono la teoria della “complessità” del nostro mondo attuale, per nasconderne, con una parola di significato opposto, il semplicismo, psicologico, culturale, economico, organizzativo e anche tecnologico: l’idea che tecnologia significhi “complessità” è “semplicemente” un pregiudizio).
Vaga - che l’autrice ha la buona idea di non immaginare sola: & C. - non ci sta.
Gran parte della sua storia sono le vicissitudini molteplici di questo non starci, e non si può dire che il soggetto ci perda, a dir poco. Di più: sviluppa l’idea di venirne a capo, e ne ha ben donde, perché in ciò in cui non sta, sta anche lei fino al collo e oltre. Ci sta, è il dato; non ci sta, è il giudizio. Starci, o non starci, in che? Nei problemi in cui ho accennato. Che sono due, tre o quattro a seconda del modo di ordinare idee e parole, il che lascio fare a chi vorrà: il provincialismo, la banalità, la mediocrità - mondiali, a partire dalla vaga provincia in senso tradizionale, geografico, autobiografico - e anche un altro, Chiesa e Stato, con quella battuta del romanzo: “Ricordi bambina quando giocavamo a palla tra libera Chiesa e libero Stato?”. Bel sarcasmo che me la fa definire una laicista: non laicista tradizionale, cioè in rapporto alla Chiesa, ma laicista di quel Chiesa - e - Stato lì, insomma una laica che sfrutta, modestamente, i mezzi tradizionali del laicismo. Laicità rispetto al provincialismo provinciale, nazionale, mondiale. C’è un vago sospetto di mendacità, nella ribellione di Vaga. In altri tempi, ma in fondo anche nei nostri, avrebbe avuto la tentazione di essere una strega, rischiando grosso: nel suo corpo, e conosciamo le poco miti costumanze giudiziarie d’epoca; e nel suo pensiero, infatti la strega resta provinciale, non meno dei suoi più cittadini persecutori.
L’idea di venirne a capo - ciò significa: guarirne - ne fa una bell’ambiziosa.
A capo di che?, e perché ambiziosa? Perché il provincialismo, locale o mondiale - unito agli altri “problemi” di cui ho detto e di cui nel romanzo si dice - è la più inguaribile delle malattie dello spirito. Più della schizofrenia, e del resto anche lo schizofrenico, o lo psicotico, ma in fondo (e in principio) anche il perverso, sono dei provinciali: non hanno universo, ma solo ambiente, ambienti diversi o, all’estremo, uno solo (il “manicomio”, come lo si chiamava; o la strada; talvolta la famiglia ridotta a nucleo famigliare cioè al solo “nucleo psicotico” che esista).
C’è un guizzo, una scintilla d’universo non vago nella Vaga autrice. E’ quello che l’ha fatta rivolgere a un qualcuno non provinciale, uno che nel nostro secolo, così come per caso, riceve l’epiteto “psicoanalista”, come rappresentante di una universalità di cui rari sono oggi gli esempi nella provincia del mondo. Quando lo psicoanalista la apostrofò come “provinciale” fece una delle cose migliori che potesse, un’ “interpretazione” come si dice.
Vaga ha poi pensato che per continuare a guarire, dovesse farlo badando non solo a sé, ma anche…, o meglio: badando a sé con dei simili (Vaga &C.), diciamo per esempio i suoi quattro lettori.

Giacomo B. Contri

Settembre 1991


1° CAPITOLO


Il giornale era uscito nelle prime ore del mattino e portava a pagina tre la cronaca di Borgo Lombardo.
Nel centro campeggiava una foto che suscitava allegria e felicità: una donna, scura di capelli, giovane, bella e un uomo, un poco stempiato, con la faccia larga e con un sorriso aperto, avevano tra le braccia tre marmocchietti, tre cuccioli d’uomo. Tanto piccoli, piccoli a piacere e quasi dei bachi, così fasciati stretti, con la luna dei volti che usciva dalle bende. Le mani era l’unica cosa che potesse dirsi libera. Stavano come minuscoli raggi nel letto, tra le braccia dei genitori.
Erano nati in casa, all’inizio della seconda guerra mondiale, in una notte di novembre, durante l’estate di San Martino. La signora L. aveva avuto le doglie: subito era stato chiamato un dottore, del tipo “amico delle donne” e curatore dei loro affari, che, si sa, vanno dal mestruo al parto, pasticci compresi.
Era un uomo corpulento, un po’ intrigante. Dapprima ne aveva levato uno, simile ad un involtino rosso, paonazzo, che s’agitava e singultava, dal peso di circa un chilo e mezzo. Era Marcus, il primogenito.
E il dottore pensò così di aver finito. Si era tolto i guanti e aveva asciugato alla signora L. il sudore dalla fronte. Non così pensava la signora che, semisvenuta, lamentava che aveva altro da scodellare: un non so che la disturbava, un fagottino, qualcosa che cercava d’uscire.
Il dottore sgranò gli occhi e brontolò: “Suvvia, signora, è proprio sicura?”
La donna cominciava ad agitarsi e l’uomo tastò un poco il suo ventre e s’avvide che qualcosa d’altro c’era.
Appoggiò di nuovo e con forza la manona sulla pancia della donna e vide spuntare una testolina rossa, scimmiottosa e poi, via via, un corpicino rossastro e bagnato. E così venne Giovanni. Non era il Battista, ma un suo omonimo di un chilo e mezzo.
Il dottore, meccanicamente, rimise forcipe e altri arnesi dalle forme strane nella borsa, sicuro che la cosa fosse chiusa.
La signora Testa s’avvicinò alla partoriente e le disse:”Come va? Hai visto? Due piccoli.”
La donna mugugnò, girando verso l’amica il volto arrossato, chiazzato e rispose: “Non è finita.”
“Cosa dici? C’è qua il dottore, non è proprio il caso!”
Intanto la nonna stava in disparte. Aveva lavato i due piccoli che ora stavano nel lettone, distanti dalla mamma.
La donna non si dava pace: “Ce n’è ancora, spinge, sento dei movimenti.”
L’amica si convinse, richiamò il dottore e lo pregò di accontentare la donna che era allo stremo delle forze.
L’uomo le si avvicinò, poco sicuro, e pensò ad un attacco di isteria.
“Vi dico che non sto ancora bene e qualcuno tira!”
“Saranno gli ultimi movimenti di un utero che ha subito troppe contrazioni, state buona e riposatevi.”
Ma la signora L. non si riposava: stava nel lettone tutta sudata, i capelli scapigliati, il viso dilatato.
Una certa confusione mentale le stava eclissando la coscienza: di quell’uomo aveva fiducia, possibile che lei fosse così sciocca da non decidersi a dargli retta? Non c’era altro in quel grosso utero che già aveva fatto il suo dovere.
Non c’era no. Ma il suo corpo gonfio d’acqua non si dava pace e allora lei, con un ultimo disperato grido, disse: “Abbia pazienza, monsignore, ci stia attento, almeno tenti di vedere. Ancora qualche minuto: c’è qualcuno che vuole uscire.”
L’uomo brontolò qualcosa. Era scontento e nervoso, si rifiutava di accettare una cosa del genere. Pensò al Duce che aveva propagandato troppo la fecondità e le donne, oh le donne, c’erano cascate.
A dire il vero, gli pareva che questa fosse andata troppo in là per i suoi gusti. Lui stava lì a servire il potere del Duce, a far nascere troppi figli della Lupa.
Si scosse: la donna era veramente stremata. Si fece forza e scacciò tutti i pensieri anti-regime. Un briciolo di buon senso, unito alle insistenze della signora Testa, lo convinse
Cercò di premerle il ventre: c’era qualcosa che si muoveva ancora, ma ormai a ritroso, quasi senza speranza.
Toccò di nuovo un che di morbido e di duro nello stesso tempo; doveva essere un…
Era in effetti strano che un medico come lui non riconoscesse che una donna non può portare in sé altro che un bambino. Ce la mise tutta: emerse una testolina viscida; la prese e cominciò a tirare, ma quel corpicino non voleva uscire, s’era abituato a starsene lì, visto che non era voluto.
Finalmente venne una bimba: piccola, minuta, un chilo appena. Era cianotica, non respirava quasi più.
La nonna la prese, l’avvolse in un panno e, in silenzio, la infilò nel forno della stufa “economica”; per qualche istante la bimba stette in quella pancia blindata.
Si udì uno starnuto quasi impercettibile: la piccola aveva salutato. Era viva.
Così nacque Vaga, come una torta.
La signora L. s’era acquetata: ora dormiva.
La nonna teneva la piccola accanto a sé: era quasi sua, per quella intuizione che l’aveva spinta a mettere nel forno la creatura.
Pensava tra sé che il fuoco, anni prima, le aveva tolto un bimbo, ma a suo figlio uno glielo aveva salvato.
Ninnava la piccolina che, già si vide, stava corrucciata tra quelle braccia secche e rugose perché non le pareva giusto aver sopportato tanta pena per nascere.
L’inizio di Vaga non fu, dunque, travolgente.
Aveva salvato la pelle, non ancora l’anima.
La cucina fu subito trasformata in fornace. Quella stufa che aveva fatto rivivere i morti, da quel momento divenne un’altra bocca da riempire in continuazione.
Campeggiava, addossato alla parete sud, il lettone, unico punto di riferimento per mamma e bambini.
Il signor L., che era stato cacciato da quel luogo al momento del parto, si rifece vivo dopo poche ore e vide davanti a sé il frutto del suo amore. Il suo pensiero andò subito alla guerra che era da poco scoppiata.
Come poteva mandare avanti la sua baracca, la sua industria che prometteva bene, con quel conflitto che incombeva su di lui?
E quei piccoli che pigolavano?
Guardò stupefatto e smarrito sua moglie che stava lì con i suoi cuccioletti. Non era uomo di molti complimenti, ma prese tra le braccia i bimbi come poteva e accarezzò leggermente, con un buffetto, la donna che ora si sentiva una regina. Una povera regina senza scettro, ma con un grosso frutto di stagione: aveva fatto meglio di altre che l’avevano criticata perché s’era male arresa al matrimonio.
Ora ce l’aveva fatta; non solo, aveva triplicato i frutti.
La notizia si seppe presto in città e l’inviato de Il Lombardo volle, dopo pochi giorni, scrivere un articolo con molti particolari per celebrare quell’avvenimento che onorava le donne d’Italia.
Fu così che Vaga e i suoi fratelli iniziarono la loro vita pubblica.
Fluirono, davanti ai loro occhi, amici e parenti. Gli inquilini degli stabili di piazza San Michele si erano animati ed erano quasi impazziti.
La guerra era ancora lontana dalla vita di tutti i giorni e, per loro, quella nascita era come il sintomo di una grande vittoria, una di quelle sicure, gioiose.
Facevano la sola casa-fornace, fornace-casa, soprattutto le ragazze che vedevano in quell’avvenimento il segno di un “folgorante” destino. Molto più concretamente in casa L. c’era di che preoccuparsi: fin dai primi giorni i piccoli faticavano ad alimentarsi. La mamma ne poteva attaccare due soli, ma il terzo? Allora la donna cercava di allontanarne uno prima che fosse del tutto soddisfatto e accoglieva al suo seno il terzo, fino ad allora escluso.
Ciò rendeva ancora più caotica la situazione, perché le grida di chi era stato staccato anzitempo irritavano gli altri che si agitavano.
Le visite avvenivano poi a tutte le ore: i bimbi erano perennemente esposti, anche perché la signora L., pensando ad un miracolo, riteneva che la popolazione ne dovesse godere. Ma era anche realista e ben presto si dovette accorgere che due erano i seni e tre i bimbi. Per cui decise, dopo aver parlottato con marito e vicini, che una balia era indispensabile.
E venne questa brava donna dalle montagne bergamasche.
Aveva partorito un solo figlio, ma aveva latte per una cucciolata.
E i suoi seni turgidi su un corpo secco diedero latte a Marcus e a Giovanni. La signora L. decise che tutto ciò che aveva doveva donarlo a Vaga, la più piccina e anche la più riottosa nel succhiare.
Vaga teneva solitamente le sue manine sul grosso seno e se ne stava lì, con il capezzolo in bocca, a dormire.
Succhiava solo se la mamma le dava un buffettino sul sedere, ma ciò bastava per poco. E così il suo pasto, tra un sonno e l’altro, durava ore.
Una mattina la piccola visse un’esperienza traumatica.
Una ragazza della cascina che stava all’angolo tra piazza San Michele e piazza Manzoni volle prenderla tra le braccia. Vaga era tutta legata dalle fasce, ma, con la testa ciondolante e le manine in movimento, si sporse all’indietro, facendo mancare la presa alla ragazza. Finì a terra con un tonfo.
La signora L. accorse, ma Vaga quasi non piangeva.
Tossì, rigurgitò e s’addormentò di un sonno pesante.
Da grande Vaga avrebbe ricordato, o pensato di ricordare, quel momento; molto probabilmente sovrapponeva delle immagini o semplicemente immaginava quella scena che aveva sentito illustrare mille volte nel corso della sua vita.
Qualcosa di quel momento le doveva comunque essere rimasto: un botto improvviso, un risveglio inaspettato.
C’era in quella scena immaginata o veramente impressa nella memoria un presepe, in un angolo della cucina, in alto. Era vero?

Il Battesimo venne amministrato nella prima settimana e in casa perché il pericolo che i bimbi soccombessero era sempre presente.
Fu un Battesimo strano: Monsignore, tutto rannicchiato nella sua vecchiaia, portò una bacinella dorata, l’appoggiò al tavolo della sala, che era stata svuotata dalle biciclette, e vi immerse a turno la testa dei bimbi. Intorno, stavano in silenzio, ma sorridenti, amici e parenti, commossi di partecipare ad un avvenimento. Madrina di Vaga fu la nonna e la bambina ebbe così un secondo nome: Maria.
Marcus e Giovanni divennero invece i figliocci degli zii da parte di padre.
Il Battesimo in forma solenne venne celebrato qualche mese più tardi nella chiesa colma di gente curiosa e registrato nei libri.

La signora L. portava i piccoli a spasso in una carrozzina a tre posti e, quando usciva, era circondata da tantissime persone meravigliate e curiose, contente che un matrimonio strano avesse avuto un esito ancor più stupefacente.
Lei, nata a Borgo, ma da genitori pugliesi, venditori di vino e lui, uno di “qua”, proveniente da una famiglia di stretta osservanza lombarda, come dire “onore, razza” e anche “nobiltà povera”, si erano uniti in matrimonio.. C’era dell’originalità nella loro unione, una grande originalità e il signor L. doveva amare molto la sua donna se, per sposarsi, era passato sopra a tante invidie, gelosie, dicerie, sozzerie.
Un grande inizio e poi una sorpresa: Erano due tipi particolari. Si diceva che più d’uno o d’una avesse tentato di impedire il matrimonio, adducendo che i genitori di lei, dopo aver comprato la baracca in piazza, ne avevano fatta una casa molto tollerante che concedeva asilo a chiunque, anche se cinesi. E che la sorella della sposa fosse scappata da qualche parte con un brigadiere.
S’era detto di lui che “aveva un brutto carattere” e certo questo doveva aver colpito la sposa più di una stilettata, tanto più che la paura del matrimonio s’era da tempo insinuata in lei. Aveva amato appassionatamente un gran bel giovine ma, saputo che era un giocatore d’azzardo, aveva preferito rinunciare a lui. Ora di nuovo le si presentava un problema: ”il brutto carattere del partner”, ma lei aveva messo sull’altro piatto della bilancia l’attrazione per quell’uomo e così aveva detto: “In negozio ne ho sopportati tanti, saprò sopportarne uno.”
Si erano sposati il primo giorno di aprile e la sposa aveva percorso il tratto dalla casa alla chiesa su un tappeto rosso. Sullo sfondo di questa unione c’era una ineffabile eredità. La mamma di lei soleva dire al futuro marito: “Tutto sarà vostro” e, sottovoce, abbassando la testa: “dopo la mia morte.” Sul tavolo delle trattative non era dunque mancato nulla: la bellezza di lei, il fascino di lui. Oscure vicende familiari, trame ostacolanti e un’ipotetica eredità.
E ora, tra il giubilo di tutti, i pupattoli avevano visto la luce dopo appena sette mesi di matrimonio.
Anche il tempo della dolce attesa aveva avuto risvolti da brivido. La signora L. s’era ingrossata talmente che non s’alzava più dalla sedia e i medici, ignoranti e malevoli, avevano insinuato il sospetto che, in quell’enorme ventre, potesse esserci solo un mostro.
Dovevano averlo dedotto da una radiografia veramente imprecisa. In quelle notti d’attesa, sia di guerra che di eventi, la signora L. aveva pensato a quel “mostro” che le doveva nascere. Non potendo paragonarlo a nessun bimbo visto prima, richiamò a sé l’aiuto dei Santi del suo paese d’origine, cercando di allontanare le immagini orribili che quelle maledette parole le procuravano.

Arrivò la chiamata alle armi per il signor L. Doveva partire per Alba dopo due settimane.
L’uomo era sconvolto di dover lasciare il lavoro che andava bene e la famiglia che era cresciuta.
Per una legge di quel tempo, se in una ditta esistevano due soci, bastava che uno rispondesse alla chiamata e l’altro sarebbe stato esonerato.
Il socio e cognato del signor L. aveva due figlie di qualche anno, ma era un depresso e diceva di stare male. Era molto meno in gamba del signor L. perché sapeva solo badare alle macchine, ma non alla vendita e alla contabilità. Era piccolo e secco, pieno di paure e stava spesso rintanato in casa. Durante la prima guerra qualcosa lo aveva cambiato, altrimenti una medaglia al valore non se la sarebbe certo meritata; ma poi tutto era ritornato come prima.
A questa sua rigidità suppliva la moglie, donna dolce, ma granitica per l’attaccamento alla famiglia e al lavoro. Si svolse una riunione e il signor L. ebbe la peggio.
Non aveva comunicato nulla alla sposa, troppo spossata e un poco svanita; quando si decise a farlo, questa svenne tra le sue braccia. Le portavano via il suo uomo, il suo appoggio, la sua compagnia. E i piccoli? Incominciò così a stare seduta con gli occhi persi dietro a pensieri sempre più drammatici, immaginando mille difficoltà e disgrazie.
Vaga e i suoi fratelli crescevano poco, ma godevano di buona salute. La razione di formaggio che il Duce metteva, bontà sua, a disposizione dei piccoli, ignorando che l’alimentazione dei neonati fosse diversa, veniva regolarmente distribuita tra i parenti, fino a che il signor L. , in contrasto con il regime, la rifiutò.
Già prima del matrimonio aveva reagito a suo modo alle imposizioni e all’intruppamento di moda. Ad una sfilata di gerarchi, aveva rifiutato di togliersi il cappello e questo gesto gli era valso uno schiaffo da una camicia nera, che aveva dovuto scusarsi subito dopo vedendo la tessera di “industriale” che il signor L. gli aveva presentato.
Le uscite di casa dei bimbi erano sempre dense di preparativi.
Una mattina li misero in posa sulla carrozzina a tre posti. Erano fasciati dal busto ai piedi con tele di piquet; Vaga stava al centro con la faccia slavata e gli occhi azzurri , spalancati e piagnucolosi.
Aveva sopra le fasce una piccola vestina, che la faceva riconoscere come appartenente al bel sesso.
I capelli dei tre erano fini e simili ad una peluria leggera che copriva a malapena le testoline.
Su quel mezzo a tre posti e con quelle fasce parevano tre nanerottoli ai quali fossero state amputate le gambe.
Venne il momento in cui il signor L. dovette lasciare le cose familiari. L’addio fu penoso, ma appassionato: la sposa in preda all’angoscia, straparlava e già si chiedeva a quale Santo avrebbe dovuto votarsi.
E lo trovò: Santa Rita da Cascia.
Si ritirò, dopo la partenza del marito, nella camera, che era stata ripristinata da qualche mese, e si gettò in ginocchio, pregando la Santa degli Impossibili. Pregò così: “Anche cinque o sei figli, ma che mio marito ritorni.”
Una delle tante leggi di quel tempo permetteva a i soldati di ritornare a casa, se padri di almeno quattro figli. Il conto era presto fatto: ne mancava uno.
Ad Alba , il signor L. raggiunse il suo reggimento e attese la destinazione. Fece amicizia con un varesino dall’aria bonaria che gli sarebbe rimasto amico per tutta la vita. Era un uomo corpulento con la testa tonda, i capelli neri e la faccia rubizza. Camminava da montanaro, anche se abitava in una valle del varesotto. Parlava in dialetto e si trovò subito bene con il signor L. che vedeva superiore a lui per ingegno e simpatia. Anche il signor L. ricambiava questa amicizia: sapeva che poteva contare su quell’uomo con il cuore in mano, semplice e leale. Si legò subito a lui per superare l’estraneità che quei grandi stanzoni, quelle caserme immense e impersonali gli ispiravano.
Quell’uomo si chiamava Benedetto; il signor L. con lui passò giorni angosciosi ma anche esaltanti, perché l’apertura a quella realtà drammatica gli fece capire che i legami umani potevano nascere in ogni ambiente, sotto ogni condizione, al di là dell’ambito familiare.
Fu una scoperta che lo rese più calmo, meno nervoso e più accomodante.
Un altro fatto gli addolcì l’esistenza.
Conobbe in quel periodo una suora, Amina, che lo prese subito a benvolere. Era alta, non magra, con un dolce e sorridente viso.
Sapeva voler bene e trattava i militari come fratelli. Aveva compreso la situazione del signor L. perché sapeva che era padre, da poco, di tre piccoli; lei non era stata attaccata dalla durezza protestantica che spesso prende le donne che non coniugano il cuore con le responsabilità. Ma la sua “coniugo” con Cristo le aveva dato la dolcezza e la tenerezza necessarie per accogliere i bisogni delle persone.
Lo introdusse nell’infermeria militare perché in questo modo il signor L. poteva ottenere pasti migliori e avere solo rapporti con lei, con il personale medico e gli ammalati e non con le gerarchie militari.
Intuiva le difficoltà che incontrava quell’uomo ad arrendersi alla disciplina, perché era ribelle a tutte le imposizioni e molto orgoglioso. Sapeva anche che non era mai stato d’accordo con quella guerra “demenziale” che avrebbe rotto equilibri millenari, tradizioni antiche e che, soprattutto, lo aveva sradicato dai suoi affetti, dai suoi affari.
L’esperienza dell’infermeria fu drammatica.
Il signor L. assisteva un soldato costretto all’immobilità da una caduta durante le esercitazioni. L’uomo lo guardava con occhi supplicanti: aveva bisogno di tutto e non poteva parlare.
L’impotenza assoluta impressionava il signor L.
Tutte le mattine puliva, cambiava, alimentava con acqua e zucchero l’infermo.
Conviveva con la morte come si convive con un pericolo sempre imminente. Cercava di esorcizzarla, aumentando le premure per quell’uomo, ma si accorgeva che la morte non retrocedeva, anzi gli stava sempre accanto.
Quelle cure lo ossessionavano: si trovava a doverle elargire suo malgrado, ma l’angoscia, quell’angoscia non lo lasciava. Anche di questa realtà dava la colpa alla chiamata che lo aveva sradicato da tutto e gli aveva fatto toccare con mano che il suo vitalismo non era sufficiente ad addomesticare la morte. Ci voleva un’altra soluzione. Sapeva che sarebbe venuto il momento della sua destinazione ad un fronte, che significava fine certa.
Per la bontà di Amina ebbe una licenza in febbraio. Partì come se andasse in Paradiso, un paradiso familiare che le lettere della moglie rendevano sempre più desiderabile.
A casa venne accolto da tre figli di poco più di un anno, che già avevano messo i denti e camminavano ciondolando.
Vaga piangeva spesso e si accucciava mugugnando in un angolo, se non la si prendeva in considerazione.
Il signor L. in quei tre giorni fece di tutto perché la sua famiglia aumentasse, in quanto quattro figli gli avrebbero permesso di ritornare definitivamente a casa.
Era a conoscenza del voto di sua moglie: “Anche sei figli, ma mio marito con me”, e si stupiva di quella devozione strana per lui, tra il fatalismo e la mancanza di fiducia nella realtà. I figli, dopo tutto, bastava che li facessero.
Ma il miracolo avvenne e dopo che lui fu tornato ad Alba ebbe la notizia dell’attesa della sua donna.
Informò di questo Amina che si preoccupò di progettargli un rilascio definitivo: Verso settembre del 1942, arrivarono le nomine e le destinazioni.; la sua era certa: doveva partire con il battaglione per la Russia.
Amina decise di ricoverarlo in infermeria e lo costrinse ad ingerire un intruglio di chinino per far salire la febbre che, infatti, arrivò a quaranta gradi.
Il signor L. scampò così il pericolo e rimase nell’infermeria della caserma. Il due ottobre, quando gli nacque una bimba, che prese il nome della Santa degli Impossibili, fu rispedito a casa.

L’entrata dei bimbi in una realtà diversa da quella familiare non ebbe certo successo e le conseguenze furono quantomeno disastrose. Vaga, i suoi gemelli e Rita, la più piccola, furono mandati all’asilo. I gemellini avevano quattro anni, mentre la piccola solo due. Vaga giudicò subito l’asilo un allevamento di conigli ed evitò qualsiasi contatto umano positivo. Non le piaceva nulla: né i giochi, quasi inesistenti, né il sonno pomeridiano, mentre per la minestra nella scodella di latta aveva una certa preferenza, forse perché rossa di pomodoro. Ignorava quasi completamente la presenza degli altri.
Nel pomeriggio si era obbligati a riposare sopra i banchi in un luogo assolutamente incolore, mancante di qualsiasi richiamo. Vaga si sentiva costretta a dormire e guardava con invidia chi, senza problemi, riusciva a scansare l’ordine per mettersi a giocare tranquillamente o a girellare intorno.
Lei non riusciva. Riusciva solo a litigare. Una volta, infatti, bisticciò furiosamente con una bimba lasciandole come ricordo delle profonde unghiate. Di quell’episodio le rimase impressa la sua rabbia che si era manifestata senza problemi e di cui lei non sapeva darsi una ragione.
Era dunque scontenta di quella realtà che per lei non aveva nulla di piacevole.
Un pomeriggio si era addormentata come al solito appoggiandosi ad un banchino, quando fu svegliata bruscamente dalla suora.
“Devi andare a casa, la tua sorellina non sta bene:”
In un freddo giorno di novembre Rita si era addormentata in una delle stanze gelide dell’asilo.
Si era svegliata con gli occhi tumefatti e arrossati e una febbre da cavallo.
Ritornarono a casa.
Da quel momento, si era nel 1944, la vita in casa L. venne sconvolta dalla malattia di Rita.
La piccola giaceva nel lettone dei genitori e la sua febbre non diminuiva. Per giorni, la signora L. e suo marito scrutarono quel visino smunto per scoprirvi i minimi segni di guarigione, ma la bimba non parlava e si lasciava morire.
Venne tutti i giorni al suo capezzale un giovane medico che sentenziò una infezione renale, che stava diventando setticemia.
Non c’erano rimedi per una malattia così grave, se non una medicina americana, la penicillina. Si era in guerra e quel farmaco si poteva acquistare solo al mercato nero per una cifra enorme.
Per mezzo di amici il signor L. riuscì a procurarsi la medicina, che venne subito iniettata alla piccola.
Per qualche ora, Rita fu vegliata dai genitori che poi, finalmente, la udirono mormorare: “Mamma, sono qui.”
I signori L. abbracciarono con calore la figlia e piansero di gioia. Come prova della malattia si iniettò del sangue infetto ad una cavia che, dopo poche ore, morì. Era la fine che avrebbe dovuto fare Rita. La Santa degli Impossibili aveva compiuto ancora una volta il miracolo, ma anche i solfi del signor L. avevano avuto la loro parte.
Quella sera, dopo aver somministrato la penicillina a Rita, il medico si avvicinò al lettino di Vaga che ansimava.
Le toccò il polso, le auscultò i polmoni e disse: “Non ha febbre, ma questa bimba ora è da curare più dell’altra.”: ha la polmonite, già un polmone è compromesso.”
Vaga stava male: erano ore che vedeva sopra di sé delle grandi focacce fritte che le ballavano davanti agli occhi. Aveva udito la sorellina chiamare la mamma, ma lei se ne stava lì sola, a pensare che avesse. Cominciò l’epoca delle polentine che erano un intruglio di semi di lino e altro, cotto e avvolto in bende caldissime.
Il signor L. le appoggiava sul petto di Vaga e questa sentiva un dolore acutissimo, ma subito dopo un grande calore che le permetteva di respirare meglio. A furia di polentine Vaga guarì.
Dopo quella esperienza, verso la fine del 1944, i signori L. decisero di prendere una balia asciutta perché curasse i piccoli che, ovviamente, non avrebbero più frequentato l’asilo.
Maria arrivò in casa con una grossa valigia. Era una donna alta, corposa, con un viso largo, mento a rotolini e capelli radi, biondastri.
Portava tacchi alti e questo la rese “particolare” presso i parenti di Vaga, sia perché il suo corpo non sopportava basi tanto sottili, sia perché erano solo i nobili ad alzarsi tanto da terra. In effetti introduceva novità: ella non era simile allo standard delle donne lombarde di quell’epoca. Fu considerata subito una “straniera”, infatti proveniva dalla Romagna.
Vaga se la vide davanti e abbassò gli occhi. Pareva non fosse venuta proprio per lei e, infatti, la balia si avvicinò ai maschietti che stavano giocando in cucina e disse loro: “Ecco i miei ometti.” Vaga fissò quella donna senza parlare e cercò di allontanarla da sé con il pensiero. Non capiva la preferenza data ai fratelli; ma poi si diceva che, forse, un difetto nascosto la rendeva antipatica.
Nei giorni e nei mesi che seguirono la bimba se ne stette in disparte a guardare , il più delle volte, i tre che giocavano.
Venne il giorno dell’uscita in bicicletta: Insieme a Maria, i piccoli raggiunsero la piazza con le loro biciclettine, acquistate dal signor L. da un robivecchi, rimesse in pista e dotate di rotelle.
Subito Vaga salì sul piccolo mezzo e si ricordò che papà l’aveva aiutata un giorno a salire sulla sua grande bici.
Toccò i pedali dopo essersi seduta sulla sella e cercò di farli girare. Stava bene in equilibrio per via delle rotelle e bastava spingere che la bici si muoveva. Doveva solo coordinare i movimenti e tenere e tenere bene il manubrio. Riuscì nell’intento, anche se troppo piccola per toccare i pedali fino in fondo. Si mosse e attraversò la piazza. Maria la richiamò: “Devi stare con i tuoi fratellini, non vedi che non sono partiti?”
Ma era inutile. I piccoli non ce la facevano e solo a furia di spinte avevano guadagnato qualche metro. Dopo molti tentativi, Maria li riportò a casa e disse alla signora L. che Marcus e Giovanni erano riusciti ad attraversare la piazza, mentre Vaga era rimasta ferma come un baccalà.
La bimba non disse nulla e andò a nascondersi nell’armadio, tra i vestiti della mamma.
Spesso, in quel periodo, suonava la sirena e si doveva correre in cantina, a causa dei bombardamenti. La cantina dello zio Giovanni aveva la volta a botte ed era occupata da bottiglie e damigiane. Vi si arrivava per una ripida scala.
Il quel luogo la bimba si sedeva su una panca e aspettava con gli altri che tutto finisse. Guardava quelle persone infagottate nelle vestaglie o con indumenti casual e in lei nasceva tanta rabbia per la paura che si sentiva crescere dentro. Si ribellava a quella realtà che la faceva star male.
Gli inquilini pregavano insieme; c’era sempre la Giuseppina che snocciolava il rosario e le “Ave Maria” in latino diventavano una nenia che riempiva la paura e la noia. La signora Testa mancava sempre. Aveva i figli piccoli e comunque preferiva morire cadendo dall’alto che, come un topo, in una tana.
Vaga alternava momenti in cui pensava di essere ala sicuro con i suoi, ad altri, in cui si rendeva conto che avrebbe potuto morire, perché il pericolo esisteva realmente.
Una volta uscì in cortile e incontrò la Giuseppina che le disse: “Hanno bombardato la stazione!” e gettava una latta piena d’acqua sporca nel tombino che stava al centro della corte.
Vaga aveva immagini confuse sui reali effetti del bombardamento; sapeva solo che qualcosa di disastroso e d’improvviso sarebbe potuto accadere, ma era incerta, perché la vita intorno a lei continuava, comunque.
Un pomeriggio, sul tardi, arrivò nella cantina-rifugio un’anziana donna, vestita di pizzo nero.
Aveva in testa u curioso cappellino. Era l’unica che, in quei momenti, tenesse all’eleganza e giudicasse più importante la propria immagine che l’angoscia della situazione.
Pareva a Vaga, che vincesse, con quel cappellino, tutta la paura. La donna si accorse della bimba che la guardava affascinata e le fece dei complimenti. Vaga pensò che finalmente c’era qualcuno che la vedeva, che si accorgeva di lei e desiderò vivere con la signora per poter essere considerata.
Intuiva in lei un mondo benevolo, positivo. Lei era, si diceva, una nobile tedesca fuggita dalla sua patria. La bimba non seppe mai se fosse la madre o la moglie del dottore, cioè di quel mitico dentista che parlava come Ollio, era sempre profumato e abitava nell’altra ala della casa.
Vaga la ritrovò di nuovo una sera, le corse incontro ed ebbe un piccolo dono: dei cioccolatini in un sacchetti di velluto. Era un piccolo tesoro, il suo unico tesoro. Un dono, finalmente. Poi, una sera, la signora venne portata via dalla Croce Rossa: era morta, si disse, di cuore.
Di quell’amicizia Vaga non parlò con nessuno; aveva paura che la mamma la prendesse in giro, perché quel sentimento era la manifestazione di un desiderio d’amore che a Vaga pareva proibito e che sarebbe stato messo in ridicolo
Il dottore aveva assunto una ragazza veneta per curare la signora durante la sua malattia; era giovane e graziosa e molto complimentosa. Si diceva di lei che fosse divenuta l’amante del dottore e che alle cure della moglie-madre aggiungesse affettuose cure all’uomo.
Ma Vaga vide solo che era morta una grande dama.

Vaga e i suoi fratellini dormivano spesso nel lettone con papà, alla sera; poi erano dirottati verso i lettini che stavano nella stessa camera. Il signor L. raccontava storie furibonde di cow-boy, di indiani e di pirati salgariani. Vaga s’annoiava: stava lì, accanto al papà e ai fratellini e udiva sempre le stesse truculente e ferocistorie in cui gli indiani finivano macellati e i vaccai o i militari raggiungevano cantando Fort-Alamo e dintorni.
La bimba sentiva nascere dentro di sé un grande rancore, o meglio un’insofferenza, ma per il terrore di essere sgridata o mandata via non diceva nulla e cercava di accettare, di far entrare a forza quelle storie che proprio non la interessavano. Ma non riusciva ed allora si arrabbiava con se stessa e si dava la colpa di essere diversa e incontentabile. Non c’era nessuno che le dicesse che aveva ragione di vomitare quelle storie perché non potevano essere pane per una bimba. Nessuno.
Solo più tardi avrebbe capito che avrebbe avuto diritto ad altre avventure, ma non era scritto da nessuna parte, neppure nel comprendonio e nel cuore di suo padre.
E se suo padre, addetto ai lavori, non se ne accorgeva, a lei non rimaneva che stare in quella sgradevole situazione.
Anche con i fratellini le cose non andavano bene: la lasciavano spesso sola, la escludevano dai giochi, la canzonavano con epiteti strani di cui lei non conosceva il significato, ma che viveva con terrore. La solitudine in Vaga cominciò a prendere il sopravvento.
Cresceva con questo nodo nel cuore, non sapeva dove mettersi, con chi parlare, cosa dire, a chi affidarsi, per far capire che lei esisteva.
E venne l’aprile del 1945.
Quella mattina nelle strade illuminate da un sole quasi estivo, udì canti e squilli di campanelli di biciclette. Era sola in casa; venne la mamma e disse che nelle scuole Manzoni stavano fucilando dei compromessi con il regime.
Erano venuti anche nel loro caseggiato e avevano portato via un uomo, “il Masticchi”, che stava chiuso in casa come una talpa e non aveva fatto in tempo a scappare.
Il poveretto aveva probabilmente solo venduto a borsa nera, ma molti non gli perdonavano di essersi arricchito in quel modo.
Così diceva la voce del popolo. E quel povero coniglio venne fucilato. La bimba immaginò che in casa si angosciasse e girasse a vuoto in attesa della sua condanna. Era stato preso come un topone.
Per molto tempo si parlò di gente che aveva collaborato con il regime come di criminali da mandare a morte; molte donne erano additate come vendute ai gerarchi e a loro venivano tagliati i capelli a zero, in segno di spregio e perché venissero riconosciute. Vaga pensava allora a queste persone come ad animali senz’anima, diversi dagli altri; era influenzata dall’opinione altrui e non pareva avere neppure il beneficio del dubbio. Si chiedeva solo: “Se le persone sono uguali davanti a Dio, come mai queste sono diverse per gli uomini? E Dio è più importante degli uomini, di solito è così.”

Si cominciò a portare la Madonna Pellegrina per le strade dei vari paesi. La bimba si univa ai gruppi; andava con le Dame della parrocchia e con i vicini. Era certa che la Madonna sanasse quei luoghi e portasse pace. Durante le processioni seguiva con passo certo e sicuro. Quella Donna li avrebbe aiutati.
Nel caseggiato di Vaga, dopo la Liberazione, iniziarono degli spettacoli sul tema della Resistenza.
Il fratello della madre gestiva un bar, ereditato dai genitori. Nel cortile, piccolo e quadrangolare, dal selciato di cemento rosa, vennero disposti tavolini e seggiole. Gli habituè del locale, divenuti amici dello zio di Vaga, si riunivano verso le nove di sera per assistere ad una serie di recital.
I canovacci delle commedie avevano lo stesso tema: la vittoria sofferta del partigiano.
Il padre partigiano non voleva arruolarsi nelle truppe regolari e scappava sui monti provocando pene familiari e drammi di coscienza.
Alla fine si sistemava sempre tutto, anche perché “vittoria” c’era stata. A liberazione avvenuta era d’obbligo il lieto fine.
A queste recite partecipavano alcuni bambini, punto “clou” della serata, i quali, alla fine, gridando: “Papà, papà”, riabbracciavano l’eroe, ferito ma salvo.
Vaga, una sera, venne invitata dallo zio a recitare in uno spettacolo. L’angoscia della prima già le serrava la gola e le faceva tanto male, quando le dissero che avrebbe fatto scena muta. Di quella situazione le sarebbe rimasto un doppio ricordo: non si presentò quella sera per non fare la figura della muta, oppure si presentò, ma invidiò terribilmente la protagonista, che risultava veramente figlia del partigiano attore. Comunque, il finale straziante: “Papà, papà” lo recitò quella, non lei.
Dopo lo spettacolo, le danze. Era bello, nuovo, che si ballasse sotto lampadine colorate. Lo zio di Vaga aveva questo di buono: era il meno moralista della famiglia, forse perché batteva ancora la cavallina. Dopo quei balli, che finirono purtroppo, ci furono dei fidanzamenti tra i reduci e le ragazze. Unioni molto romantiche, ma cariche di voglia rivoluzionaria per il desiderio di nuovo che le animava.



2° CAPITOLO

Pochi giorni prima dell’entrata dei tre gemelli nella scuola pubblica, la signora L. decise di fare una fotografia-ricordo insieme alla balia Maria.
La donna vide la piccola Vaga con i “cannellotti” e l’abitino di velluto scuro che faceva risaltare il visino tondo e grazioso.
Per la prima volta si sprecò e disse tra i denti: “Però è carina”.
Sempre tenendo stretti i suoi maschietti, accompagnò Vaga e la signora L. dal fotografo: Marcus e Giovanni erano un poco più piccoli della bimba; anche loro indossavano completino scuri con riporti di velluto più chiaro. Al centro delle teste si alzava una grossa “banana” e dalle tempie partivano alcuni riccioletti. Tutti e tre avevano occhi chiari e dolci, imbambolati e buoni. Il fotografo immortalò il quartetto (la balia e i piccoli) per sempre. Dopo di che, si era alla fine di settembre del 1946, la signora Maria abbandonò la famiglia di cui era stata ospite più o meno gradita, per ritornare nella sua casa. Si portò via la sua imponenza e il suo odio per la piccola Vaga, ritenuta “brutta e scontrosa”. La bambina disse solo: “Buongiorno” prima di vederla andar via.
La guardò passare per l’ultima volta nel lungo corridoio e pensò che qualche torto doveva averglielo fatto per aver ricevuto tanta estraneità.
La mattina del primo giorno di scuola i tre fratellini furono accompagnati a piedi dalla madre fin sulla soglia della Scuola Manzoni. Erano passati davanti al lato nord della chiesa e, voltato a sinistra, oltrepassate le rotaie del tram che da Gallarate portava a Milano, avevano fiancheggiato il muretto di una bella casa d’epoca e, attraversata via Palestro, si erano trovati di fronte alla scuola.
Vaga pensò alle cantine, dove, si diceva, avevano tenuti rinchiusi i prigionieri. Quell’edificio aveva visto tedeschi, partigiani, collaborazionisti e ora i bimbi del dopoguerra.
(continua)


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