Angela Cavelli

psicoanalista e scrittrice...
un sito per leggere, sognare, condividere...

Ecco, ritornerò alla cultura
a quella che ho amata di passione
a quella madre antica e snaturata
che andava mendicando coi bambini.
di Angela Cavelli

Romanzi

chi è Vaga? E come
l'avrà conosciuto mai il
Gatto con gli stivali?

capitolo I, da pagina 9 a 21
Donna Lombarda non va al casinò

L’auto correva veloce sull’autostrada dei Fiori. Lo svincolo di Voltri era alle spalle e dall’alto potevano scorgere i primi tratti di mare che poi sparivano quando ci si addentrava nelle gallerie per ritrovarli subito dopo, striati di azzurro e di cobalto.
Vaga stava ascoltando una vecchia canzone da una cassetta che ogni tanto strideva e mangiava alcuni versi e ricominciava, ma con lena minore, quasi esausta.
A Bino, suo marito, piacevano i canti del mondo contadino in cui le mondine vanno a lavorare e si fanno mangiare dalle zanzare per poi trovarsi sull’aia, con le gambe insalamate, a ballare la sera, o quelli che parlano d’amore in cui la mamma dice al figlio che no, non si doveva innamorare di quella perché l’avrebbe fatto morire, ma lui insiste nel dire che a lui sarebbe piaciuto smorzarsi come una candela sul bel seno dell’innamorata. C’era poi la canzone delle donne che reclamavano le palanche prima di ritornare alle loro case e non sembrava che il padrone dalle belle braghe bianche ne fosse entusiasta. Una a Vaga piaceva e l’intrigava: era Donna Lombarda e parlava di una donna che vuole uccidere il marito su istigazione di un re, ma il suo bambino la smaschera e lei muore di quel veleno che voleva propinare al consorte.
Si diceva che la canzone avesse avuto origine dalle vicende di Rosmunda alla quale Alboino, re dei Longobardi, poi divenuto suo marito, aveva fatto bere del vino nel teschio del padre della donna. Sempre col vino, donna Lombarda tenta di uccidere il marito, il che può voler dire che chi uccide il primo uomo amato dalla figlia può attendersi d’essere a sua volta ucciso. E dopo di lui altri potrebbero seguire la stessa sorte: era quanto era successo a Rosmunda. Ma perché mai una storia così truculenta da rasentare il ridicolo (il quartetto Cetra, infatti, ne aveva dato in musica una versione comica) era diventata tanto popolare da essere cantata per secoli in tutte le corti e i cortili del Nord Italia, ma non solo?
Vaga ci aveva pensato: Donna lombarda voleva diventare regina, avere un ampio regno. E fin qui onore all’ambizione. Evidentemente, la sua condizione era quella del chiuso di una capanna o di un turrito castello e a lei non stava bene. Ma perché mai far morire il povero uomo? Poteva fuggire col regnante e godere dei fasti della nuova condizione. Oppure chiedere al marito di guardarsi un po’ intorno perché l’universo non finiva con la porta di casa loro. Doveva dunque essere un desiderio delle donne lombarde quello di superare una posizione ristretta per andare lontano, senza per questo uccidere qualcuno. Vaga, tra una polka e una stornellata, giunse alla conclusione che quel canto, che faceva piangere le mamme e i bambini, doveva essere stato scritto da professori longobardi con un intento educativo e posto come spauracchio sopra le teste delle donne (lombarde e non) affinchè non andassero col pensiero al di là del proprio pozzo. Che stessero in casa a curare i figli e il marito e più non domandassero, tanto meno facessero presente il loro pensiero. Come dire: “State buone se no morirete.”
“Se ambizione, allora delitto” era probabilmente la frase malevola che, come mannaia, le minacciava per non farle pensare che c’erano altre possibilità, ad esempio quella di organizzare un’azienda agricola per vendere i prodotti dei campi, degli orti, delle vigne e dell’allevamento, così da comprarsi altre terre; oppure allearsi con i vicini e fondare cooperative ante litteram per avere prezzi migliori e grande smercio anche oltremare. Ma niente di tutto questo: a Donna lombarda non rimane che morire per la sua ambizione, tacciata d’ora in poi di crudeltà sanguinaria.
A dar retta alle canzoni popolari che inondavano l’abitacolo dell’auto si arrivava a pensare che tutto fosse tragedia e inganno e l’unica cosa che restava da fare fosse riassunta in un detto infame di Borgo Lombardo: “Sem nasù per patì, patem.” Che tradotto in italiano diceva: “Siamo nati per patire, patiamo.”
Giunti a Finalborgo, dalla cassetta spuntò una canzone tormentosa: era simile ad una telenovela in cui i protagonisti non dicono mai apertamente perché si sono comportati in quel certo modo, così da moltiplicare gli equivoci e giungere all’happy end, sempre senza parlarsi e chiarire. Vaga avrebbe voluto intitolare un tale canto Parlo da sola.
Per fortuna arrivarono alla stradina che portava alla casa di vacanze. Alla loro destra si ergeva massiccia la Rocca di Perti.
“Finalmente”, disse Vaga, spegnendo così le lamentele di tante generazioni.

Vaga aveva davanti a sé una bottiglia vuota di acqua minerale di una sorgente alpina. La scritta era riportata sul bordo in tedesco e, sotto questa, un bimbo dalla faccia rotonda gettava acqua dalla bocca, così da far pensare ad una fonte.
“Mi piace la metafora del bambino come fonte, ma di un pensiero fresco, altrimenti sarebbe una fontanella.”
Le montagne le fecero venire in mente una frase: “Ma con gran pena le reca giù” che poteva far ricordare un indumento femminile che una fanciulla pudica non voleva abbassare, mentre era un mezzuccio didattico con cui, prendendo in considerazione le prime lettere di ogni parola, faceva ricordare ai suoi allievi delle elementari i nomi delle Alpi italiane. Rievocazioni da maestra, anzi da maestrina. La frase non era certo delle più felici perché le Alpi venivano in questo modo associate alla pena.
Anche le Dolomiti la riportavano ad anni lontani in cui aveva sperato di poter avere un partner diverso dal padre, qualcuno non “di casa”, ma poi non era successo niente. E ora la giovinezza di Vaga, quella dell’età, era finita da un pezzo. Si perdonò di avere ancora dei ricordi amorosi che, simili a pasticche nostalgiche, le ingombravano le tasche, ma poi si chiese perché mai se li dovesse perdonare. Erano fatti suoi. Accennò ad un sorriso quando le tornò in mente un amico cantante che aveva detto che quelle montagne rosa erano un mistero e che, per capirle, bisognava guardarle in silenzio per ore. In vari momenti era ritornata su quelle parole che la disturbavano ancora, perché a lei piacevano quelle montagne che si alzavano in picchi improvvisi, le facevano compagnia, ma non le avrebbe certo fatte oggetto di un trattato di mistica. Che ci fosse qualcosa che si era fatta mancare?
In una delle ultime volte in cui aveva visto il suo supervisore gli aveva detto: “Se avessi parlato prima con te di tanti problemi, mi sarei risparmiata mille complicazioni.”
Alludeva alla sua fissità nel vedere il male in tutte le faccende d’amore. Era stata càtara anche lei, non solo sua nonna, e aveva allevato i figli oscillando tra una intransigenza che faceva ridere e un dubbioso lassez-faire. Si ricordò di come aveva trattato suo figlio maggiore, più che adolescente, che indugiava a letto o in altro. O quando, urlante, lavava suo figlio più piccolo perché bagnava il letto. Era l’accento su queste faccende che le aveva complicato la vita e l’aveva complicata anche ai suoi eredi. Era stata una liberazione, senz’altro per lei, quando con una battuta Basi, suo analista e ora suo supervisore, l’aveva levata dagli impicci di madre vetero-siciliana che, con logica demente, diceva al figlio che solo da sposati erano permessi i rapporti sessuali; del resto se l’era voluto lui, le aveva fatto una esplicita domanda, altrimenti lei probabilmente non se ne sarebbe impicciata. Basi dunque l’aveva congedata con un: “Neanche il prevosto fa più questi discorsi. Sono fatti loro.”
E così si era alleggerita di pesi inutili, ma non certo dei suoi doveri.
In quel momento si trovava in vacanza, ma quei pensieri la occupavano ancora, se li era portati da casa come le borse con i cibi preparati.
Alzando gli occhi e vedendo una lampadina pendere dal soffitto bianco di calce ripensò al suo studio incompleto, in cui tentava di diventare allieva di Freud, e sospirò.
Era un vezzo di Bino cercare di fare tutto da sé, dagli impianti telefonici a quelli elettrici, dagli attacchi delle tende alla riparazione del computer. E così, negli studi professionali che Vaga e Bino occupavano, i lavori erano rimasti in uno stato precario. Dai muri dello studio di Vaga pendevano da tempo fili di tutti i colori e i lampadari erano a gusto alterno. Uno ortodosso e uno no. Quello no era soppiantato da lampadine appese a dei fili perché, quando Bino si decideva ad appenderne uno, l’altro doveva aspettare; gli pareva affrettato vedere le luci ordinate e al loro posto. Diceva alla moglie: “Ma che fretta hai!” Per Vaga non si trattava di fretta, ma di concludere almeno sulle piccole cose. Vedere un lampadario ad elica non girare, mandare una fioca luce da bistrot e pendere solo in attesa del gemello le faceva venire in mente il tempo di guerra quando tutto era precario, anche la vita. E poi l’elica, anche se solitaria, avrebbe dovuto servire in estate per rinfrescare il locale e non come aquilone da salotto ma, per la mancanza di un comando, questa funzione era preclusa quando si pretendeva di avere un poco di luce. Ciò che loro compravano mancava sempre di qualcosa. E così lei attendeva la sistemazione di tante inconcludenze e non passavano solo mesi, ma anni. Le tende della grande sala d’attesa poi erano state un insulto alla logica oltre che alla testa di Vaga. La donna le aveva preparate e il marito s’era prestato a fissare le guide al soffitto. Se non che, un pomeriggio di luglio pieno, aveva pensato di spalancare una finestra spostando i teli. Manovra normalissima che ebbe però conseguenze dolorose. La guida impazzita si era staccata dal soffitto ed era finita insieme alle tende sulla testa di Vaga. Intontita e amareggiata, coperta di voile e di chiffon, aveva girato lo sguardo sui fili che pendevano da tutte le parti, sull’elica immobile e senza gemello, sulla solitaria lampadina da cantiere, ed infine sul filo del telefono rimasto orfano dell’apparecchio per non permettere a Marco di usarlo, dopo che il giovane erede aveva deciso di eliminare il suo perché pagare la bolletta avrebbe tolto il pane di bocca al suo figlioletto, e aveva mormorato: “Ma dov’è il mio castello?”

Il giorno prima di partire per le vacanze, Vaga e Bino avevano salutato Lucio, il loro figlio maggiore, che aveva lasciato la dimora paterna per andar ad abitare da solo.
Veramente c’era voluto del bello e del buono perché prendesse questa decisione. Diceva, da qualche anno, di volersene andare, ma non se ne andava. Cercava casa, ma non concludeva, gli bastava annunciare che era andato in questa o quella agenzia.
E così Vaga, ai primi di luglio, poco prima di lasciare il suo lavoro nello studio, aveva raggiunto Milano e aveva esposto la situazione a Basi:
“Mio figlio ha ventisette anni, continua a cambiare lavoro, spende ciò che guadagna, ha saccheggiato tutti i libretti al portatore che ha trovato. Io non so cosa dire, ho minacciato di cacciarlo perché si rifiuta di concludere ciò che inizia; sebbene ora lavori mi sembra preso da altro, dà l’idea di essere senza futuro…Dice che vuole andarsene, ma non se ne va. Cerca casa, ma sostiene che non la trova.”
“Ma lavora?”
“Ne ha cambiati tanti in questi ultimi due anni, prima ha lavorato per parecchio tempo in due ditte, pur con alti e bassi, poi io ero venuta da te perché voleva cambiare posto, desiderava vendere libri porta a porta; a me e a Bino dispiaceva che lasciasse il lavoro per cui aveva studiato, tu avevi detto che facesse ciò che gli piaceva, ma poi lui ha lasciato anche il “porta a porta.” Io allora non ti avevo precisato che tante volte aveva fatto obiezioni al lavoro, perché spesso sono presa dalla sindrome della parola sintetica. Bino e io siamo stati spettatori della sua decadenza, quasi di una revoca: si è fatto mantenere per mesi, spendendo il poco che aveva guadagnato, si è messo a vendere elettrodomestici, più che altro voleva venderli a me, ha preso e abbandonato mille lavori, comunque ora ha una occupazione…”
“Allora ti dico che non valgono le minacce, sono inutili. Cerca tu casa e consegnagli le chiavi. Aiutalo all’inizio e digli che può venire a bere un caffé o a pranzo quando vuole, ma è bene che un giovane uomo faccia da solo, abiti in una casa sua.”
Quando era uscita dall’incontro con l’amico, Vaga si era concessa una seconda colazione: un cappuccino schiumoso e una brioche di sfoglia perché quel colloquio le aveva ridato speranza.
Forte delle parole ascoltate e del fatto che il figlio una occupazione l’avesse, era entrata in tutte le agenzie immobiliari di Borgo Lombardo. Aveva trovato poco e non aveva concluso, ma non aveva perso le speranze.
Poi, a piedi, zigzagando nelle strade vicino alla sua abitazione, aveva scovato un cartello su una casa in costruzione con il numero di telefono di un’impresa che affittava locali. Sembrava messo lì per lei. Si era presentata con il figlio e aveva scoperto che il costruttore conosceva l’ex marito di sua sorella Lina e così tra una chiacchiera e l’altra l’uomo aveva steso il contratto.
“Le pago due mesi di cauzione e uno di affitto, poi sarà mio figlio a farlo e naturalmente il contratto lo firma lui.”
E così, nel giro di una settimana, Lucio si era stabilito nella nuova casa, un bilocale grazioso, a un isolato dalla dimora dei genitori.
L’avevano lasciato con queste parole:
“Vieni a trovarci quando vuoi, anche per lavare la biancheria e alla domenica a pranzo e, quando avrai le ferie, raggiungici al mare, ti aspettiamo.”

In quei giorni d’agosto Edo, il nipotino di Vaga e Bino, stava nella casa di vacanza dei nonni, tra le colline del Finalese con l’intento di scoprirne le ricchezze nascoste. In una serata di luna piena aveva chiesto se quella luna gialla fosse la stessa di Borgo Lombardo, sua città, che l’aveva seguito fin lì, oppure un’altra. Aveva poi incominciato a scoprire la prima stella e poi ne aveva scovate altre. Durante il giorno invece era stato preso dalla passione per le noccioline, frutto prediletto dalla mamma perché secco e croccante. La giovane donna l’aveva chiamato dalla balza bassa davanti alla casa, dove stava appunto un nocciolo che faceva da ombrello a un casottino, luogo in cui di notte grufolavano i cinghiali. Edo era stato a guardare che la mamma ne prendesse dei grappoli, che li svestisse dalla guaina verde e che li battesse con una pietra per gustarne il frutto.
“Anch’io” aveva detto, e s’era messo a battere le nocciole, a cercarle anche per terra tra le foglie e, scovandole, si meravigliava di averle tutte per sé, a portata di mano.
Poi era arrivata Lisa, un’amica dei nonni, con la famiglia. Gli era piaciuta Lisa, non prima d’averla guardata da dietro le gambe del nonno, ed essersi accertato che con lei si poteva fare. Qualche giorno dopo aveva deciso di seguirla a Messa: “Vengo anch’io” aveva detto e s’era messo le sue scarpe migliori, quelle di Dragonball: seduto per terra aveva trafficato per qualche minuto, poi era sceso e aveva dato la mano alla nonna che avrebbe accompagnato l’amica.
Con Lisa una mattina s’era tuffato in mare e aveva navigato con i braccioli fino agli scogli.
Lisa aveva giocato ai mostri e lui se ne era fuggito sbattendo i piedi e alzando l’acqua a pioggia. Si era allontanato dal drago che lo inseguiva, ma non troppo, perché il farsi quasi acchiappare era davvero eccitante.
Sugli scogli avevano incalzato il capo gabbiano che, al loro arrivo, se ne era andato via per solcare il mare. I due intrusi avevano avuto il potere di far fuggire un re che stava a guardia di un avamposto della spiaggia.
E così Lisa era entrata nella sua vita. E un pomeriggio con lei e la nonna, dopo una mattinata di pioggia, era andato per la strada sterrata in cerca di cinghiali, portandosi appresso una grossa gip dei carabinieri che chiamava cammammeri perché per lui erano come l’uomo nero che insidiava la casa e la mamma. Avevano preso per la Rocca di Perti, che stava dirimpetto al casale di Vaga e Bino, coperta nella parte bassa da una fitta boscaglia. Eran saliti, ma le scarpe da mare della nonna e di Lisa non avevano permesso l’attraversamento del bosco. E lui, che stava davanti, diritto sull’erto viottolo, sicuro sulle sue scarpette da eroe televisivo aveva detto: “Andiamo in alto.”
“Siamo vecchie e in ciabatte” aveva risposto Lisa ed erano scesi e avevano preso per Calice, costeggiando il vigneto dei vicini. Ma anche lì era tutto uno scivolare e un aggrapparsi per le signore, mentre il piccolo percorreva veloce il sentiero, alla ricerca del mitico cinghiale.
Tornati verso casa, avevano giocato alle piste su una panca dello spiazzo sotto la Rocca e incontrato dei ciclisti vestiti con magliette rosa da Giro d’Italia. Lisa, davanti a casa, aveva consigliato di preparare trappole per i cinghiali e il piccolo s’era messo a dar di vanga, in verità era una cazzuola da muratore, giusta giusta per le sue mani, e aveva dato colpi a destra e a manca e poi aveva coperto i buchi con fieno e nocciole ed era stato in attesa del mostro dalle lunghe zanne. E così al tramonto, per una settimana, si era preparato per la caccia grossa.
A volte Edo chiamava Lisa con il vocativo Ommaria, la chiamava così, con un tono ironico, per volutamente confonderla con la sua giovane figlia che aveva nome Anna Maria.
Anche Vaga aveva goduto in quei giorni della compagnia di Lisa. Per ore era rimasta a mollo nell’acqua marina con l’amica a chiacchierare di quanto le stava a cuore perché sapeva che Lisa con il suo giudizio l’avrebbe aiutata a risolvere ciò che ancora nella sua vita aspettava una conclusione. Le parlò di Bino che aveva molti crediti da riscuotere e un lavoro privo di soddisfazioni pecuniarie; una sera prima delle vacanze lui aveva finalmente detto: “Ma io non ho soddisfazioni!” Parole sante ma, data l’imprecisione del marito, Vaga aveva fatto da consolatrice degli afflitti, dicendo che, non avendo avuto figli naturali, ne avevano adottati due e dunque avevano ottenuto ciò che per natura non era stato loro dato. E poi avevano una nuora che era per loro come una figlia e un nipotino affezionato. “È vero,” aveva risposto Bino, ma senza convinzione. Era dunque chiaro che lui pensava al lavoro, per cui non era ripagato secondo il suo merito. Vaga aveva banalizzato il suo disagio e perso l’occasione di un chiarimento che l’avrebbe magari fatto accorgere che la situazione in cui si trovava non era un destino scritto sulle stelle del cielo o nei manoscritti di Qumràn, ma che lui c’entrava, eccome, perché non basta lavorare: infatti nei contratti di lavoro va precisato anche il compenso e non delegato al segno zodiacale, quando Mercurio transita felicemente nel segno del Capricorno.
Ottenne il sostegno dell’amica e un: “È una delle poche volte in cui abbiamo potuto parlare.”
Che l’amicizia potesse accogliere di tutto, senza divisioni a scacchi, steccati circolari o zone sacre in cui isolare alcuni argomenti, parve a Vaga un nuovo inizio.
Con Lisa aveva parlato d’affari perché sapeva che l’amica andava a meta e pensò che la battuta più bella per descriverla l’aveva pronunciata Carlotta, compagna d’avventure di Vaga che, in una serata in cui si erano ritrovate in tante per festeggiare un otto marzo in ritardo perché luglio era alle porte, aveva detto, scorgendola: “Oh, ma questa sera ci sono anche i monumenti!” La prima ad apprezzare era stata il “monumento”, ma tutte avevano riso perché quello era stato il pensiero di ognuna.
Con degli amici, tra i quali Bino, aveva fondato diverse scuole di ogni ordine e grado e sempre con successo. A Vaga sarebbe piaciuto fondare con lei una Università in collaborazione con l’Associazione di Studium Cartello. Sapeva che un nuovo incontro tra Lisa e Basi, amici da anni, avrebbe dato buoni frutti, ma poi si era accorta che il suo era più un desiderio campato per aria, una presunzione, perché non ne era convinta e soprattutto non si era mai impegnata con gli amici di Studium, tenendosi un po’ fuori in una specie di apartheid.
Lisa, oltre a essere co-fondatrice di scuole, era socia attiva di una Congregazione missionaria, mentre suo marito, un uomo gentile e colto, ne era diventato, per un certo periodo, presidente. Lei s’era data da fare perché suo figlio era entrato a far parte di quella Fraternità sacerdotale E così aveva organizzato vendite di uova e colombe a Pasqua e di panettoni a Natale per sostenere questa opera. Anche Vaga era stata coinvolta.
Questo coinvolgimento era iniziato l’anno precedente, nel millenovecentonovantanove, con l’invito di tre coppie di amici per festeggiare insieme il venticinquesimo di matrimonio. Si era deciso che, durante la Messa dell’anniversario, invece di ricevere ninnoli e piattini, cuccume e scodelline, fiori e campanellini, si sarebbero raccolti fondi per la Fraternità. Vaga aveva pensato che la liberazione era anche liberazione dall’inutile. Per lei l’accumulo di oggetti era sempre stato un problema: per sistemare tutti gli ammennicoli che aveva per casa, le vecchie cose della suocera Teresa, i ricordi d’infanzia di Bino, per non dire i libri dei vari corsi e ricorsi suoi e del marito, avrebbe dovuto avere dieci case. Gli amici missionari dunque le avevano risparmiato un ulteriore accumulo.
Il giorno della cerimonia, Vaga e il marito avevano raggiunto la chiesa, dedicata alla Madonna della Ghianda, alla Brunella, un luogo ameno vicino a Varese. Stavano davanti con le altre tre coppie, di fronte all’altare; la donna si diceva che quello che lei avrebbe desiderato, una chiesa colma di amici che, per una sua provinciale ritrosia non avrebbe mai potuto avere, aveva preso forma per merito di chi l’aveva invitata. Era stata soprattutto Mariacarla, detta Titta, a prendere l’iniziativa e questa per lei era stata una piacevole sorpresa, perché l’amica era stata capace di non fermarsi davanti al suo stare in disparte. Le amiche le avevano facilitato la vita, ed era stato facile festeggiare così: avevano fatto tutto loro. Don Negri aveva celebrato, e Vaga aveva concluso che un sacerdote così lei se lo sarebbe solo sognato. Al massimo avrebbe potuto avere un parroco di campagna con il contorno di vecchie donne addormentate e biascicanti. Si ricordò che il giorno prima di sposare, lei e Bino avevano dovuto chiamare d’urgenza un prete amico perché celebrasse il loro matrimonio, perché l’altro, a cui l’avevano chiesto, era stato sopraffatto da un’urgenza. Del resto aveva capito che lei stava con un piede fuori e uno dentro in quella comunità, così che gli altri avrebbero potuto dimenticarsi del suo matrimonio come avevano fatto suo padre e i suoi fratelli che l’avevano lasciata sulla macchina, la mattina delle nozze, con i fiorellini in mano, vestita di velluto rosa stile impero, mentre loro sorseggiavano un aperitivo, parlando d’affari.
Che strano, stava ancora a pensare a questo, dopo tanti anni: come in un dipinto di Kaulbach i combattenti lottavano anche dopo morti. Infatti il padre di Vaga non c’era più. E lei aveva bisogno di essere aiutata nel giudizio perché quell’offesa le pesava ancora. Forse la sola risposta era che suo padre e i suoi fratelli non avevano mai avuto un rapporto personale con lei e il suo chiamarsi Vaga non era dunque senza ragione.
Le piaceva questa risposta che si era data, anche se aveva bisogno che un altro gliela confermasse.

Una sera il figlio di Vaga, Marco, che seguiva senza ripensamenti le sue idee improvvise, se ne era andato a Montecarlo con la moglie, il piccolo e Anna Maria. Era stato lui a deciderlo, a sera inoltrata, al termine di una cena al ristorante: “Si va a far la vita, a vedere dove sta la ricchezza.” Bino aveva buttato lì: “Ma siete matti?” e s’era preso così una pedata da Vaga sotto il tavolo. E Lisa, previdente: “Vi conviene prendere i franchi francesi, passate da casa, altrimenti non varcherete il casello.” Ma non c’era stato indugio per Marco ed erano partiti. L’autostrada stava però diventando troppo lunga per loro, erano infatti sulla via per Marsiglia: avevano saltato l’uscita di Monaco. Tornati indietro, non erano riusciti a capire che volessero gli addetti al casello. Parlavano una lingua sconosciuta. Ad un altro sportello avevano poi pagato con lire e ricevuto il resto in franchi. Infine Marco aveva fatto scendere la compagnia più il passeggino nella piazza del Casinò e lui si era diretto al silos. Ricostruito il gruppo, Sara, la moglie di Marco, dopo aver guardato con sospetto quelle che lei chiamava “zoccole di lusso” e quelli che lei pensava gigolo di lungo corso perchè ben vestiti, seduti ai bar all’aperto, s’era caricata di passeggino e di bambino e tutti erano finiti davanti a un portiere in livrea che non li aveva fatti entrare nelle sale da gioco: “Ce n’est pas possible, vous avez un petit enfant!”
“Ma lui non gioca” aveva azzardato Marco, seppur vanamente.
S’erano ridotti a prendere un ascensore che li avrebbe portati alle favolose toilette, tutte marmo e specchi, così si diceva, ma erano chiuse. “Ma non sanno che i turisti fanno la pipì?” aveva urlato Marco. Allora avevano chiesto al portiere dove si potevano comprare delle cartoline che ricordassero la loro venuta. L’uomo aveva per tre volte finto di non capire, alla fine s’era arreso e aveva dato delle indicazioni.
Anna Maria aveva buttato lì: “Ma voi non vi fermate davanti a niente!” Con il passeggino e il bimbo addormentato dentro, le sue scarpette di Dragonball appese ai manici, s’erano avviati verso una edicola. Erano stati seguiti da due giovanotti che avevano guardato dapprima il passeggino, poi le scarpette e la famigliola e avevano lanciato come sintesi una frase incomprensibile, ma uno sguardo comprensibilissimo.
“Posso offrirvi una bibita, magari in un bar famoso?” aveva chiesto candidamente Anna Maria.
“Ci lasci lo stipendio, beviamo l’acqua calda del radiatore, è meglio” era stata la risposta di Marco.
Dopo le cartoline e un giro per Monaco si eran decisi a tornare. Marco aveva ripreso l’auto e si erano ritrovati nella piazza. Edo aveva aperto un occhio, guardato le luci del Casinò e poi l’aveva richiuso. Una Ferrari e una Lamborghini li avevano sorpassati, facendo sentire il giovane, sulla sua nera Clio targata Enna, un emigrante, se non che si era fermata davanti a loro, mentre s’apprestavano a ripartire, una seicento da cui erano discesi sei giapponesi ridenti e ciò aveva riconciliato Marco non solo col mondo asiatico ma con l’universo intero.
Al ritorno s’erano fermati in un autogrill e Edo, pensando fosse mattina, aveva chiesto latte e brioche.

La sorella di Vaga, Lina, era arrivata in quei giorni fresca fresca dalla California con la figlia Alba per trascorrere le vacanze nel casale. La prima cosa che aveva detto era stata: “Hanno ragione Gino e Michele che hanno scritto nel loro libro Anche le formiche si incazzano che l’inverno più freddo l’hanno avuto durante un’estate a San Francisco.” Avevano trascorso le vacanze bardate fino ai denti perché quella di San Francisco era una baia per foche e nuotatori con tute impermeabili. Lina aveva raccontato dei tavolini coperti da tovaglie quadrettate e dei trofei di orsi appesi alle pareti di un ristorante nella Sierra Nevada, dei gamberetti take away comprati per le strade di San Francisco, dei parchi immensi dove gli americani facevano picnic: “Tutto era ordinato e pulito, tutti facevano la fila, i ferri per le grigliate erano lucidi, le toilette splendenti, solo le musiche, suonate nei parchi dalle Filarmoniche, erano noiose, capisco perché i newyorchesi amino la lirica e Pavarotti.”
A Vaga questa descrizione, a parte i gamberetti e le foche, faceva venire in mente gli alpeggi dell’Alto Adige più che la grande America.
Nel ristorante, situato in una costruzione ad un piano che aveva l’aria di uno chalet di montagna, vista mare, a due passi dalla spiaggia, Vaga, durante il pranzo delle due, si vedeva ora disapprovata da Lina, la quale, dopo la trasvolata atlantica e il passaggio aereo sulle Montagne Rocciose e sulla Valle della Morte, seguiva una dieta a base di caramelle che facevano passare la fame perché si gonfiavano nello stomaco. Eppure lei si concedeva, dopo due ore di nuoto, solo mezza pizzetta tigliosa e asciutta, mentre l’altra metà era per la nipote Alba. Con loro c’era anche suo nipote Andrea, figlio del fratello di Bino. Il primo giorno di mare dopo il suo arrivo, Andrea aveva portato dei soldi per pagarsi focaccia e bibita, poi non più e li aveva richiesti alla zia. Alla seconda volta, infastidita, Vaga aveva detto: “Perché non li porti?” “Perché ci sei tu” aveva risposto. Subito si era accorta di essere stata stronza. Ma come? Suo nipote, che lei vedeva pochissimo, la trattava con confidenza e lei non gli offriva neppure una focaccia? Non poteva quello essere un modo per rendere un rapporto meno rigido? Lui glielo stava insegnando, infatti aveva detto al gestore del bar: “Paga Vaga.” La donna pensò che quel bel ragazzo, tutto riccioli e magliette goticheggianti che l’accompagnava a nuoto lontano, alla boa rossa, luogo mitico, raggiunto solo dalle barche, le aveva fatto un’offerta di amicizia, la stessa che intuiva ci fosse con l’altra nipote, Alba. Era entrato nella vita di Vaga con la libertà di domandare e dopo quella battuta avara la donna fu presa dal terrore di aver distrutto una possibilità di rapporto. Non sapeva quando, ma avrebbe parlato di questo ad Andrea.
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