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di Angela Cavelli

Fiabe e racconti

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senza storie...

Lunedì 9 Marzo, 2015
9 marzo 2015

CESARE PAVESE E IL PARRICIDIO

di Angela Cavelli

Ambizione
Pavese scrive ne Il mestiere di vivere:
“Riuscire a qualcosa, qualunque cosa, è ambizione, sordida ambizione. E’ logico quindi ricorrere ai più sordidi mezzi.”
Ma come? Arrivare al successo, riuscire a combinare qualcosa perché se ne è avuta la voglia, e poi parlare con disgusto dell’ ambizione e chiamarla “sordida” è fare un’operazione di per sé perversa. Ma ancora di più lo sono le conseguenze che Pavese tira: qualsiasi mezzo andrà bene, anche se sordido, pur di arrivarci.
In lui la censura censura cosa? Il fatto di essere stato eccitato da altri ad andare da qualsiasi parte e di esserci riuscito. L’attacco dunque è al pensiero, di cui l’eccitamento è il primo articolo. A Pavese, lettore di Shakespeare, si addice una frase, presa dal Giulio Cesare, perché, dopo aver avuto successo, si è tolto la vita nell’albergo Roma di Torino:
“Amavo Cesare (…) ma era un ambizioso e l’ho ucciso!”(Bruto-Pavese)
Per precisare come l’attacco all’ambizione è attacco al pensiero riferisco un pezzo tolto dal Blog di Giacomo Contri del 29 aprile 2009. Ecco il testo:

“Riferisco (dalla supervisione) due lapsus di una giovanissima in cui la censura sui sessi è massima fino a estese conseguenze patologiche, anche clinicamente manifeste:
1° intendeva dire che avrebbe voluto scrivere un racconto ma ha detto “romanzo”, ossia qualcosa di più ambizioso: subito ha rinnegato il lapsus come “distrazione”;
2° lo ha rinnegato con non minore determinazione e indisponibilità a ripensarci che un lapsus di poco precedente, in cui aveva sostituito “gravidanza” con “aborto”.
Il rinnegamento dei due lapsus in successione fanno di lei una povera diavola.
Il riconoscimento della sua ambizione l’avrebbe guarita anche quanto al sesso, sul quale il pensiero non massacrato ha vita facile.”

Parricidio
Ho pensato che il parricidio è l’uccisione del proprio e dell’altrui pensiero.
In un testo giovanile di Pavese, un personaggio (in cui evidentemente Pavese si identifica) al pensiero di provar piacere nel toccare i muscoli di un amico e nel sentirne la forza annota: “come fossi una donna” e subito pensa al suicidio. Ma non si tratta di omosessualità: il bambino vede il padre che fa l’amore con la madre e annota che la posizione della donna è quella del modus recipientis, del modo passivo di chi riceve e in quel momento desidera essere nella posizione di ricevere dal padre anche sessualmente. Pavese, raccontando di questo personaggio, parla di sé, del suo rinnegare il pensiero del rapporto col padre che per un attimo si è fatto presente con il ritorno del rimosso, rinforza la rimozione e pensa al suicidio. E’ in questo modo che consuma il parricidio, uccidendo il proprio pensiero e quello del padre, a cui seguirà il suicidio che lui stesso afferma essere un omicidio timido, perché il pensiero del padre porta con sé quello di legame sociale.

Recepire o essere salvato?
Pavese non avrà mai una donna perché è nel modo del ricevere, nel modo femminile, che avrebbe potuto recepire una donna, senza per questo perdere le caratteristiche del proprio sesso.
Invece si pone nella posizione dell’essere salvato, si fa rappresentare dal “poverino” che chiede pietà.
Scrive infatti: “Sono stato stupido, vile e inetto, per questo sposami”: non è questo il ragionamento che le(alla donna) facciamo ogni giorno?”

L’innamoramento uccide la donna
E ancora: “La cosa segretamente e più atrocemente temuta, accade sempre. Da bambino pensavo rabbrividendo alla situazione di un innamorato che vede il suo amore sposarne un altro. Mi esercitavo a questo pensiero. E voilà.”
Anche qui Pavese non fa una mossa, eppure il bambino è capace di dire: “Mamma, quando papà muore, ti sposo io.” E invece niente, lui drammatizza.
E ancora: “E’ forse questa la mia vera qualità (non l’ingegno, non la bontà, non niente): essere invasato d’un sentimento che non lascia cellula del corpo sana. (…) un altro - chiunque - a quest’ora l’avrebbe uccisa (la donna).”

L’ideale
Ma chi glielo fa fare di porsi nella posizione del fallimento? Senz’altro un ideale.
Scrive: “Lui guadagna, lui è capace di affetto costante, lui non piange mai, lui ha la fetta di polenta, lui le fa girare il mondo, lui la protegge – queste cose non le invento, le ha dette lei.”
Ma l’ideale, così come il dramma, è una modalità per non volere una donna, per non recepirla.
Pavese non persegue una propria meta, non muove un dito per far venir voglia a una donna di stare con lui, aspetta da lei tutto e se lei si permette di fargli delle richieste perché si instauri una relazione, allora pensa all’omicidio.
E’ come dire che vuole essere amato per quello che è: infatti scrive, citando Lavelle, che non è importante agire, ma essere.
Questa non è la posizione del ricevente: infatti, Il 26 aprile del 1939 Pavese annota:
“La compagnia di una persona amata fa soffrire e vivere in stato violento. Bisogna scegliere la compagnia di chi ci sia indifferente, ma allora il nostro rapporto con lei è pieno di riserve mentali, e si desidera continuamente restare soli, e dentro di noi la si abolisce.”
Insomma o l’innamoramento o la disdetta.
Del resto il concetto di destino, in Pavese, visto come Fato, è interno a questa logica: non muoverò un dito per correggere il mio pensiero perché tutto è già determinato. Anche in questo caso fa un’operazione perversa: usa le parole di Freud: “ a 5, 6 anni i giochi sono già fatti” per ribadire che “tutto ciò che è stato (nell’infanzia) sarà” e parlerà “dell’eterno ritorno dell’uguale” per significare che i suoi fallimenti erano già scritti senza che lui ne sia minimamente imputabile.

Per precisare la posizione del prendere, del profittare, del ricevente, racconto di un giovane che avevo in cura a cui era capitato di stare male fino a svenire quando qualcuno parlava della relazione con una donna. Sognò di prendere dal finestrino di un’auto qualcosa che un extracomunitario vendeva e questo sogno segnò l’inizio della guarigione. E’ vero che l’atto del prendere non è passivo, ma questo è il caso del profittare: ha profittato di ciò che era alla portata delle sue mani, che è il modo del ricevente.

Del resto una donna nella passività del ricevere è attiva: è infatti pronta, preparata a ricevere, altrimenti nel fare l’amore si scosterebbe, ed è quello che fa l’isterica che fa di tutto per non venire al rapporto.
E’ anche ciò che fa Pavese drammatizzando, svenendo, innalzando un ideale, sventolando la bandiera dell’impotenza, del destino e del “sono fatto così”.
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