Racconti

leggere, sognare, scrivere... pensare

Ecco, ritornerò alla cultura
a quella che ho amata di passione
a quella madre antica e snaturata
che andava mendicando coi bambini.
di Angela Cavelli

Fiabe e racconti

Cosa sarebbe la vita
senza storie...

Martedì 18 Ottobre, 2016
Sintesi della 1° parte
Vi si parla di Duffy, un uomo che opera come cassiere in una banca di Dublino; ha un
viso bruno come le strade dublinesi e una bocca poco gradevole; cammina rapido e fermo portando
una robusta mazza di nocciolo. Se l’affetto è una cosa sola con la vita del pensiero, un tempo si
diceva che ne era il colore, Duffy ha l’affetto dei melanconici “tristi […] nella belletta negra”2,
tanto che Joyce lo definisce un saturnino, secondo una dottrina medievale. La sua vita segue un
programma preciso: tutto è regolato: pranza sempre nello stesso luogo dove si sente sicuro perché
lontano dalla gioventù elegante di Dublino; alla sera suona il piano della padrona di casa o va ai
concerti. Odia la città e abita in un sobborgo, ma non di quelli troppo pretenziosi e volgari. La sua è
una casa essenziale con pochi arredi essenziali e una piccola biblioteca. Non ha né compagni né
amici, né chiesa, né credo. Fa visita ai membri della sua famiglia a Natale e li accompagna al
cimitero quando muoiono; adempie a questi doveri per tradizione, ma non concede di più alle
convenzioni.
Sembra la vita di un anonimo travet, ma Joyce aggiunge alcuni particolari che colpiscono.
Scrive: “[…] rifuggiva da ogni indizio esteriore di disordine fisico o mentale […] gli zigomi ossuti
gli aggiungevano una nota di durezza, durezza che però non appariva negli occhi, i quali guardando
il mondo da sotto le sopracciglia rossicce, davano l’impressione di un uomo sempre pronto a
scoprire negli altri impulsi di redenzione, e sempre deluso. Egli viveva a una certa distanza dal
proprio corpo considerandone le azioni con dubbiose occhiate di sbieco. Aveva inoltre una strana
abitudine autobiografica che lo induceva a comporsi di quando in quando nella mente brevi frasi su
se stesso, col soggetto in terza persona e il verbo al passato. […] Consumava la sua esistenza
spirituale senza comunione alcuna col prossimo, visitando i parenti a Natale e accompagnandoli al
cimitero quanto morivano. […] Si permetteva di pensare che in date circostanze avrebbe anche
potuto sottrarre soldi alla banca, ma poiché tali circostanze non si presentavano mai, la sua vita
scorreva uniforme ed eguale: storia senza avventure”.
Commento
Si può dire che Duffy è un manichino iper-regolato che controlla la propria e l’altrui vita,
osserva sé e gli altri dal di fuori, con sguardi impietosi e critici. Odia il disordine mentale e fisico,
cioè quanto di nevrosi è rimasto in lui: inibizione, sintomo, angoscia. Evita come la peste di
incontrare qualcuno che potrebbe destabilizzarlo, disequilibrarlo, eccitarlo. È l’equilibrio fatta
persona. Del resto chi è più equilibrato di un manichino? Quando pensa a se stesso, formula pensieri
per lo più in terza persona, non come io; l’io non è più al servizio dell’iniziativa personale (Chi!
inizia, corpo eccitato divenuto fonte del movimento) ma sta sottomesso a qualche teoria che ha
preso il posto di comando, senza ottenere nulla, neppure un dollaro bucato.
Nella norma, l’Io fa parte della legge di moto del corpo, ma Duffy rifugge il corpo, lo
guarda di traverso, soprattutto quando si muove, lo controlla perché lo sente come un pericolo.
Eppure Duffy si muove. Come? Secondo una legge di sopravvivenza che vuol dire “io sopra io”,
“sopra fonte"che rende l’io, titolare dell’atto del porre la legge di moto del corpo in ordine alla
soddisfazione, un rinunciatario non padrone in casa sua. Forse che non voglia mai dichiararsi
imputabile?
L’unico pensiero che si permette come io è quello di rubare alla sua banca, se lo permette
perché è illegale, non ha il pensiero del possesso legittimo dell’erede: per lui non c’è eredità alcuna.
È nemico del successo, quando successo significa accadere di qualcosa che lo sorprenda. Il suo è un
va e vieni che non si conclude mai, con qualche sonatina di Mozart come intermezzo, il cui Ordine
è un disordine con scomparsa del corpo. Che cosa contempla Duffy? il suo Cielo delle idee fisse,
composto anche da frasi, proposizioni da cui farsi comandare, che fa obiezione di principio al
venire chiamati, eccitati da un Altro.
Sintesi della 2° parte
La musica, sua unica passione, lo porta a conoscere una donna maritata, con figlia,
piuttosto vivace e spigliata alla quale il marito, capitano di nave, non mostra alcun interesse. Dopo
alcuni incontri occasionali e una serie di appuntamenti, il signor Duffy, cui non piacciono i
sotterfugi, induce la donna a invitarlo a casa sua. Il capitano Sinico pensa che Duffy sia un buon
partito per la figlia e comunque non gli interessa che abbia altre mire in quanto ha allontanato la
moglie “dal quadro dei suoi piaceri”. Duffy gode della compagnia della signora, “allaccia ai
propri pensieri quelli di lei” le presta libri, le suggerisce idee, divide con lei la sua vita intellettuale.
La donna ascolta tutto e in cambio delle teorie che riceve, racconta i fatti della sua vita e con
“sollecitudine quasi materna” lo esorta ad aprirsi senza riserve, tanto da divenire il suo confessore.
Duffy le racconta che aveva lasciato il partito socialista perché si era diviso in tre fazioni e
anche perché gli operai erano dei realisti induriti, avevano un interesse secondo lui eccessivo per il
salario; lui suscitava invidia perché agiato e loro non sopportavano la sua esattezza di
ragionamento, tanto che a suo parere nessuna rivoluzione sociale avrebbe colpito Dublino per
secoli. La donna gli propone di scrivere le sue teorie, ma lui con disdegno studiato non vuole
mettersi in gara con dei mercanti di parole incapaci di riflettere e non vuole subire le critiche di una
ottusa borghesia.
Questa unione lo esalta, smussa le angolosità del suo carattere, comunicando una certa
emozione alla sua vita mentale.
Ogni tanto si sorprende ad ascoltare il suono della propria voce.
Pensa di essere asceso agli occhi di lei ad un’angelica statura e mentre si adopera a legare più
stretta a sé la fervida natura della sua compagna, ode la strana voce impersonale che riconosce per
propria, insistere sull’incurabile solitudine dell’anima: “Non ci possiamo abbandonare – diceva la
voce – noi non apparteniamo che a noi stessi”.
Commento
Joyce è puntuale quando parla di “emozione” e non di affetto: in Think del 26 novembre
2012, Giacomo Contri, riprendendo il 3° articolo della prima Costituzione, scrive: “[…] con una
persona ci si sta (o no) con la testa: è il principio dell’amore o del dis-amore (Freud ha individuato
come patologia la scissione tra rappresentazione e affetto). […] L’amore, se è, è intellettuale.
L’emozione, dramma che si compra al mercato come un DVD, subentra come patologia quando
l’affetto si è separato dall’intelletto, ossia non è più vita dell’intelletto”.
A guardar bene il rapporto di Duffy con la signora Sinico è un rapporto educativo: lui è
l’amante che dall’alto della sua conoscenza offre all’amato le sue teorie e lei è l’amato che dovrà
impararle. La signora non coglie che Duffy la sta ingannando proprio sull’amore. Il fatto che lui
senta la sua stessa voce vuol dire che si parla addosso, sta recitando la parte del maestro, ma di ciò
che la donna dice non se ne fa niente, non è un cibo nutriente per lui, che vede in lei solo qualcuno
da educare. Obbliga la donna a riceverlo nella casa maritale perché gli ripugna che ci si nasconda, e
ciò dice già tutto sull’intenzione di Duffy: si vede come angelo per lei, si pensa dunque asessuato,
un angelo caduto dal cielo “a miracol mostrare”, cioè a imporre a lei le sue teorie che già asservono
il suo corpo-pensiero”.
Ricordo con piacere che Freud, riprendendo Heine, scrive: “Il Cielo abbandoniamolo agli
Angeli e ai passeri”.
Se avesse letto Freud, forse la signora Sinico avrebbe lasciato “l’angelo” al
suo Cielo infernale, e i passeri ai cieli azzurri.
Duffy non vuole dunque farsi a lei, la sua obiezione di principio al modus recipientis è
palese quando parla della incurabile solitudine dell’anima. Duffy non è il Narciso del mito, ma un
Narciso che si incontra per strada, al supermercato, in banca e che fa cadere dal cielo la sua morale
sulla possibile partnership che potrebbe portare profitto ai due partners. Duffy ha dato un
appuntamento alla signora ma non l’ha onorato, usando come clava una teoria presupposta:
“apparteniamo solo a noi stessi”. Il giudizio di verità verte sul comportamento di Duffy in relazione
alla legge, e la legge da lui posta era che gli faceva piacere incontrare la signora, altrimenti non
l’avrebbe convocata, ma poi rinnega la legge, accampando una teoria.
E la sventurata, invece di rispondergli a muso duro: “Allora io cosa sono qui a fare? per
mio interesse e tuo vorrei che aprissi gli occhi, visto che neanche vedi che sono qui, solo così
potrebbe accaderci qualcosa”, è presa dall’idea dell’amore cieco; mettendo in contrapposizione
l’amore e il sapere, pure lei non vede chi ha davanti, e non ode ciò che dice, così va a proporre
all’uomo di pubblicare le sue teorie, al che Duffy ovviamente fa obiezione in nome di una purezza
che mai dovrà essere contaminata da borghesi o giornalisti. È proprio il caso di dire: “Mai dare le
perle ai porci”: se ne farà un porco.
Rispetto alla frase “noi non apparteniamo che a noi stessi” Freud scrive: “[…] Nella vita
psichica del singolo, l’altro è regolarmente presente […] come modello, come oggetto, come
soccorritore, come nemico, e pertanto, in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima,
la psicologia individuale è, al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.
La frase di Duffy è dunque falsa.
Sintesi della 3° parte
Il risultato di questi discorsi fu che una sera, nel corso della quale aveva dato segno di un
insolito turbamento, la signora Sinico gli prende con passione una mano e se la preme sulla guancia.
Duffy rimane assai stupito. Il modo con il quale la donna interpreta le sue parole lo delude.
Per tutta una settimana non si fa più vedere, poi le scrive per chiederle un appuntamento.
Stabiliscono di tagliar corto sulla loro relazione: “ogni legame – dice lui – è un legame di dolore”.
La signora trema così violentemente che, temendo una nuova crisi, lui la saluta in fretta e furia e se
ne va.
Commento
È evidente che l’insolito turbamento della signora, che Joyce sottolinea, è il segno che lei
non ci mette la testa, è presa da un “va’dove ti porta il cuore” che la conduce alla fine a tremare per
l’angoscia di perdere un amore che non esiste: alla signora Sinico è mancato il giudizio. La
delusione di Duffy è che la donna si è permessa di eccitarlo, di mettere in crisi la sua inibizione
compulsiva, ha fatto da pietra di inciampo alla sua obiezione di principio. La frase che sintetizza la
situazione potrebbe essere: “Che cosa vuole da me?” La teoria: “Ogni legame è un legame di
dolore” che lui accampa, vuol solo dire che è angosciato, ma invece di confessare l’angoscia, che è
un segnale di mancanza di legge, la nega, giustificandosi in nome del dolore. Negando l’angoscia,
rifiuta di volerne sapere della legge di moto del corpo, della pulsione: l’eccitazione che viene
dall’altro, il corpo come fonte, la materia prima, cioè i suoi beni (corpo, pensieri, atti, proprietà),
tutto viene negato perché non diventi mezzo per la soddisfazione propria e altrui. Del resto la
relazione di Duffy con la signora Sinico è una relazione soggetto-oggetto e l’oggetto può solo
decadere, come infatti avviene: la signora Sinico viene abbandonata. In Think del 23 marzo 2013,
Giacomo Contri scrive che non c’è amore per l’oggetto ma solo sadismo.
Davanti a questi scenari mi è venuto alla mente il rapporto di Kierkegaard con la fidanzata
Regine: “A proposito di Kierkegaard, è compulsiva l’inibizione razionalizzata, o meglio teorizzata
a baciare Regine Olsen. Non compulsivo sarebbe se, non solo baciasse Regine, ma rinunciasse alla
rinuncia delle rinunce: l’obiezione di principio a farlo”.
Rispetto a: “l’ombra dell’oggetto cade sull’io” Giacomo Contri diceva in un Simposio che
quello che cade sull’io, l’ombra, è ciò che fa dell’oggetto l’oggetto, fa della rosa la rosa, quindi un
pregiudizio, un presupposto generalissimo. Io ho pensato che per il protagonista del racconto di
Joyce il pregiudizio possa essere: Tutti enti: uomo, donna, pidocchio, bastone ecc. che, in quanto
enti, sono tutti uguali. Non accadrà mai niente.
Sintesi della 4° parte
Per Duffy tutto torna piatto come prima, anzi più di prima. Due mesi dopo l’ultimo
incontro, scrive un appunto, uno degli ultimi, su un foglietto: “L’amore fra uomo e uomo non è
possibile per il divieto di un rapporto sessuale e l’amicizia tra uomo e donna è impossibile per la
necessità di questo rapporto”.
Commento
Con queste frasi Duffy fa valere il rapporto sessuale come voce propria, come sfera a parte,
ma è per concludere che non è possibile il rapporto, non si dà appuntamento. L’obiezione era già
presente prima. Anche nell’astenersi, Duffy è chiaramente un omosessuale e il suo programma
educativo nei confronti della signora Sinico non fa che confermare che il suo è un amore platonico.
Inoltre, il rapporto sessuale non è un dovere o una necessità e neppure ha voce in capitolo
ma è “a piacere” quando è già presente una partnership.
Nel Pensiero di natura, 3° edizione, in una nota a pag 113, Giacomo Contri prende spunto
dalla frase di Lacan: “Non c’è rapporto sessuale” per precisarne il significato: “[…] non c’è
soddisfazione, cioè rapporto, quando il sessuale non solo non lo favorisce – non lo con-pone – ma
gli fa obiezione”.
Duffy è un provinciale che è chiuso in un “cerchio fatale”, come scrive Tocqueville, da cui
non può uscire: la sua vita è divisa per sfere: la sfera sessuale, quella del lavoro, quella delle
convenzioni sociali e via di questo passo.
Prendo da Giacomo Contri alcuni spunti e li sintetizzo (Corso Studium Cartello 2008/9, 3°
Lezione, Difesa da Difesa di) perché sono adeguati a descrivere il provincialismo di Duffy:
È un uomo dalla piccole passioni, dai piccoli affari: è il pover’uomo che risulta dall’essersi
sottomesso a un principio (che non è quello di piacere) ma è il principio-obbedienza e obbedendo si
sottomette solo a se stesso, perciò la parola obbedienza è una menzogna, perché non c’è neppure un
tiranno a cui obbedire. Sacrifica a una delle sue volontà, astratta indeterminata, desideri o
ambizioni. È una rinuncia a tutto. Il suo è un lavoro “onesto e sterile”.
Sintesi della 5° parte
Qualche anno dopo Duffy legge sul giornale che una donna in cerca di bevande alcooliche,
attraversando i binari di notte, era stata colpita dal respingente del treno ed era finita a terra: era
morta per choc e conseguente arresto cardiaco. Il Coroner aveva dichiarato che nessuno era
responsabile. Evidentemente era proprio lei, la signora Sinico! Il giornalista aveva reso note le
generalità del marito e della figlia.
Duffy è disgustato, rivoltato dalla morte, che lui ritiene volgare e avvilente, della donna a
cui aveva confidato ciò che riteneva di più sacro. Aveva degradato se stessa e lui. La ritiene un
relitto senza volontà e decisione, facile preda delle abitudini, uno dei relitti generati dalla civiltà
moderna e si rammarica di essersi illuso. Interpreta ancora più duramente e severamente lo slancio
della donna in quella famosa notte e pare non avere rimpianti per averla lasciata, ma ora gli é più
facile approvare la decisione presa a suo tempo. Ciò che Duffy ritiene sacro sono i suoi assunti
teorici che stavano chiusi in un recinto, non dunque materia prima da trafficare con lei o con altri,
ad esempio per riceverne il beneficio del giudizio, ma qualcosa di intoccabile che la donna ha osato
profanare con la sua vita e morte vergognose. Poi Duffy incomincia a sentirsi a disagio, si domanda
che altro avrebbe potuto fare; aveva fatto ciò che aveva ritenuto opportuno, che colpa ne aveva lui?
Capisce che la vita di lei doveva essere stata vuota e ora anche la sua lo sarebbe stata fino a che
sarebbe morto. Percorrendo i viali che avevano percorso insieme, la sente vicina e gli pare che la
voce di lei gli tocchi l’orecchio e che la sua mano tocchi la sua. Rimane in ascolto: “Perché aveva
rifiutato la vita? Perché l’aveva condannata a morire?” Duffy sente la sua natura morale cadere in
frantumi. Vedendo due giovani sdraiati vicini, si sente escluso dal festino della vita e impreca alla
rettitudine della propria esistenza, che l’ha escluso dal banchetto della vita. Una sola creatura gli
aveva dimostrato amore e lui le aveva negato vita e felicità, condannandola a una morte
vergognosa. Quando non sente più la voce della donna si accorge di essere davvero completamente
solo.
Commento
Freud nella Minuta K, scrive: “L’affetto rimosso sembra invariabilmente tornare sotto
forma di allucinazioni di voci”.
A questo punto mi sono chiesta: qual è la rettitudine di Duffy? È la moralità kantiana,
quella di agire per puro dovere e con il quale l’interesse, il gusto, il piacere, la passione non hanno
nulla a che vedere. Verso la fine del racconto, c’è un riconoscimento di imputabilità nel
ripensamento di Duffy, ma anche altro e per illustrarlo riprendo il testo di Raffaella Colombo del
Simposio di dicembre 2012, L’ombra dell’oggetto non cade più sull’io, in cui cita Todorov il quale
riferisce che nel romanzo Adolfhe di Benjamin Constant il personaggio principale dice: “come
mancava al mio cuore la schiavitù che tante volte mi aveva indignato […] Ero libero: infatti non ero
più amato; ero un estraneo per tutti”. Raffaella Colombo sottolinea che “questo è il pensiero
contraddittorio dell’angoscia. Libertà sì, ma perdere l’amore no. Meglio la schiavitù. Questa forma
di pensiero corrisponde a una concezione dell’uomo di tradizione platonica, trasmessa poi al
cattolicesimo, quella per cui inizialmente l’uomo sarebbe un essere isolato che intrattiene rapporti
unicamente con cose e non con persone. Todorov nota che un simile uomo è quello che Locke
definisce come proprietario del frutto del proprio lavoro prima ancora di allacciare rapporti con
altri. Quest’uomo tratterebbe il partner come un “partecipante facoltativo” e non come socio. Un
partner che potrebbe esserci oppure no. Apparire e sparire. Ciò che definisce l’uomo in questa
tradizione è il suo dominio sulle cose. Il socio non è pensato”.
Infatti Duffy non pensa di aver perso una socia con la quale avrebbe potuto fare affari
amorosi e non, ma che lui è ora un escluso dal festino della vita, è solo, perché ha perso l’unica
donna che lo aveva amato, e non gli resta che rimpiangere un amore che dapprima lo aveva
indignato. Ancora una volta si chiama fuori da ogni possibile rapporto fruttifero con un altro,
ribadendo implicitamente che “un uomo è un uomo”, cioè un essere isolato. La libertà per Duffy è
diventata un Oggetto persecutorio e persecutore. Riprendo una frase di Nietzsche in Così parlò
Zarathustra, posta in esergo all’intervento di Raffaella Colombo: “[…] non voleva amare ma vivere
di amore” perché uno dei libri che Duffy aggiunge negli scaffali, dopo aver abbandonato la donna,
è proprio Così parlò Zarathustra, il che vuol dire che lui sapeva più di quello che voleva far
credere.
Nello scritto Una logica chiamata uomo, Giacomo Contri pone un bivio: “[…] o relazione
produttiva e lucrativa tra partner, lavoro su lavoro; in questa via l’io si definisce come proprietà
ordinativa di certi corpi, cioè normativa, secondo norme poste. L’altro corno del bivio é il vizio di
deviare e fissare nella logica predicativa ciò che è libero di prendere un’altra e salutare logica via. In
questo corno del bivio non c’è relazione tra partners ma relazione soggetto-oggetto”. Duffy posto
davanti al bivio: aut mettere a disposizione le sue proprietà (corpo sessuato, beni, idee…) in una
relazione produttiva, aut limitarsi, immiserendosi, a classificarle, segue senza pensare il secondo
corno. Duffy, un Robinson di Dublino, che non sarebbe mai uscito dal suo sobborgo se non a Natale
o per i funerali, vuole distinguersi, fissarsi e comportarsi secondo un ideale de-imputante: è l’uomo
senza appuntamenti perché il regime dell’appuntamento è sanzionatorio tanto nel suo successo che
nel suo fallimento. Quando Duffy sente una strana voce impersonale, che riconosce per la propria,
insistere sulla solitudine irrimediabile dell’io avrebbe potuto dire “Io sono io”, sarebbe stata la
stessa cosa, mentre il pensiero di natura enuncia: Io sono l’altro di un altro, rapporto per il profitto
condiviso. Il passaggio all’imputazione, per aver negato felicità e amore all’unica donna che lo
aveva amato e per aver sprecato la sua vita, si può interpretare con: “A chi ha sarà dato a chi non ha
sarà tolto anche quello che ha”. Del resto la signora Sinico nella sua ingenuità e nel suo
innamoramento non aveva fatto altro che prendere per buona la teoria di Duffy che non esiste
soddisfazione, ma solo la legge morale astratta a cui obbedire per puro dovere, che poi vuol dire che
non esiste Au, rappresentante dell’Universo. La signora Sinico ha lasciato solo Duffy con le sue
teorie, non è stata amica del suo pensiero: invece di lasciar perdere lui e le sue idee deliranti, si è
messa addirittura ad adularlo, facendogli da spalla: se avesse teso l’orecchio, quanto meno avrebbe
salvato la propria vita. Ha fatto da spalla a qualcuno che si ritiene imparagonabile, che evita il
confronto con tutti, il giudizio. Lui, la cui teoria significa: è tutto uguale, per cui non mi muovo,
applica a se stesso il principio dell’essere esclusivo: evita i paragoni, evita di mescolarsi con la
massa, fa l’indignato e lei lo elogia per questo, lusingata di essere la sola a venirne a sapere, l’unica
a cui parla. Duffy non può abbandonarsi all’amore perché per lui è una cosa da miserabili, da morti
di fame: è l’idea dell’ossessivo che è al di sopra di queste cose.
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