Fiabe

le fiabe di Angela Cavelli
prendono spunto da quelle classiche

Quando le parole degli altri sostituiscono la propria esperienza, è meglio non ascoltare e rinchiudersi nel cesso.
di Angela Cavelli

Fiabe

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Venerdì 18 Giugno, 2010
C’era una volta un taglialegna, padre di sette figlioli, tutti maschi. La sua famiglia era così povera, ma così povera che doveva risparmiare su tutto. Era tale l’abitudine, che lui e sua moglie cercavano di risparmiare anche il fiato e la parola, ed eran così divenuti quasi sordi e quasi muti. E anche non vedenti: infatti vedevano una cosa sì e una no. Risparmiavano pure sul sole, solo qualche caldo raggio al mattino poteva entrare nella loro casa perché subito dopo, per paura che si consumasse, richiudevano le imposte. Per non dire della legna che veniva pesata prima di essere messa sul fuoco. Eppure il povero taglialegna lavorava da mane a sera.
L’ultimo dei sette figli era piccolo in modo incredibile: pareva proprio che i suoi genitori avessero cercato anche con lui di risparmiare... Appena nato, non era più alto di un pollice! Proprio per questo fu chiamato “Pollicino”. Come culla il piccolo ebbe un guscio di noce e, dopo qualche anno, come scivolo una buccia di cocomero e come altalena una scodellina per le bambole fissata a una trave con due fili di ragnatela! Aveva però gusti precisi: si addormentava al canto dei vignaioli e dei panettieri perché lo trovava più dolce e conciliante delle ninne nanne che finivano sempre col metterlo nelle mani di uomini neri o di fantesche selvagge.
Il suo maggiore divertimento era cacciare in bocca tutto ciò che trovava: dalle cicche del papà ai giornalini della mamma, sottratti questi alla raccolta differenziata dei rifiuti reali; la terra poi era la sua passione, spesso se ne riempiva la bocca e la trovava buona anche se meno dolce del cioccolato. Succhiava le gambe delle sedie, le porte dei mobili e leccava i vetri dopo essersi specchiato. Provava tutto perché tutto gli pareva degno di essere gustato, così poteva giudicare cosa gli andasse e cosa no. E così scoprì che la pappa del gatto di casa era più buona della sua, perché il gatto sapeva arrangiarsi e con i suoi vezzi e miagolii riusciva ad impietosire i vicini che gli concedevano ogni leccornia. Giocava con le pentole e non si scordava i coperchi, così da improvvisarsi suonatore di piatti e di pentolone.
Gli anni passarono e Pollicino incominciò con i fratelli ad aiutare il papà a fare legna.
Venne un’annata terribile, peggiore, se così si può dire, di tutte le altre.
La miseria fu talmente spaventosa che quei poveri genitori non sapevano come fare a sfamare i loro sette figlioli.
Pollicino, che era un bambino che osservava molto e che spesso interveniva nei discorsi dei suoi genitori con domande che valevano una fortuna, quella volta intervenne così: ”Perché il mio amico Racconigi, figlio di un taglialegna, è ricco e noi no?“
“Perché noi siamo destinati ad essere poveri!” fu la risposta dei suoi.
“Oh, bella, da chi?”
“Che domande fai Pollicino? Il destino è già scritto e noi non possiamo farci niente!”
“Dove sta scritto? Ditemelo che vado a cancellarlo con la scolorina!”
“Ma son domande da farsi? Il nostro destino è scritto nel cielo su una stella, se la stella è buona noi nasciamo ricchi, se la stella è cattiva noi nasciamo poveri e così rimarremo.”
“Ma non si scrive sulle stelle” rispose tutto rosso e impermalito il bambino.
“Non son discorsi che un bravo bambino fa, un bravo bambino accetta il suo destino e basta. Forse che i fiori che si volgono verso il sole si chiedono perché questo li ami? Ora vai a letto che sei stanco! Risparmia il fiato!” concluse la madre.
“Mamma, hai bevuto lo spirito? I girasoli non fanno domande e il sole non ha un cuore e poi io non sono stanco e non voglio essere un bravo bambino... e non riesco a capire che stiamo a fare noi se tutto è già scritto e noi non possiamo cambiare niente...”
“Queste cose non si dicono e poi tu sei troppo piccolo per capire..”
Dopo queste battute, Pollicino veniva preso e portato a forza nella sua camera e lui lì restava a pensare come raggirare quel destino che gli pareva davvero troppo ingombrante.
Una volta a pranzo, si fa per dire, perchè nove piselli secchi e un filo d’erba liofilizzata non potevano chiamarsi “pranzo” e neppur “colazione” né “spuntino”, ma solo “modo elegante per morir di fame”, il bambino, dopo averci pensato, disse: “Io da grande costruirò un palazzo alto come una montagna, una carrozza con il volante, una scatola per parlare a distanza e una penna con inchiostro incorporato e saranno delle novità per tutti, come vedete non tutto è già fatto...”
Al che il padre, stupito per l’arguzia del suo piccolo, chinò la testa sconsolato, mentre la madre recitò i numeri della Cabala e poi pregò il Dio dei suoi pensieri che era un tipo arcigno con un occhio solo e che abitava in una casa-mausoleo sul cui frontone stava scritto: ”Dio vede e non provvede.”
La volta poi che Pollicino chiese cautamente con la sua bella vocina: ”Come nascono i bambini?” il papà e la mamma si andarono a nascondere nella legnaia e non ne uscivano più. Si stavano consultando per poter rispondere a quella domanda. Dopo vari litigi, lui diceva che la risposta giusta era che i bambini nascevano tra la lattuga nelle notti di plenilunio, quando i cani ululano e le civette civettano, mentre lei, più gentile, riteneva che la risposta da dare fosse che i bambini nascono d’inverno sotto il cavolo cappuccio e d’estate nell’insalata riccia.
Alla fine, tutti sudati, uscirono dalla legnaia e risposero a Pollicino che i bambini nascono tra le belle di notte, quando, nello stesso momento, il gatto miagola, il leone ruggisce, la ragna fa la tela e i canarini seppelliscono il nonno morto.
Pollicino davanti a una tale confusione rispose: ”Ma allora voi che ci state a fare?”
Una sera che i bambini erano stati messi a dormire per terra perché non consumassero materassi e lenzuola, il taglialegna, che se ne stava vicino al focherello, disse alla moglie: ”Non possiamo più sfamare, lo vedi anche tu, i nostri figli; prima potevamo dar loro pane e angoscia, ora solo quella senza pane! Di questi tempi è bene non trafficare troppo e fare il meno possibile perchè non ci si può fidare di nessuno. Lo vedi anche tu che ciò che faccio non è mai ripagato, di gente onesta ce n’è rimasta poca!”
“Già, è vero, che vuoi fare, allora?” disse ansiosa la moglie stringendosi nel suo consunto scialletto.
“Avrei pensato di portarli domani nel bosco a far legna. Poi... ho deciso di abbandonarli là, così impareranno a procurarsi il cibo e altri li potranno aiutare... ”
“Abbandonarli? Tu scherzi! Non si abbandonano i figli così! Non è modo” esclamò la moglie che da ragazza era cresciuta in un collegio grazie a un legato del Vescovo al quale stavano a cuore le sorti delle fanciulle povere. Alla donna cadde il giornalino: “Poveri fuori, ma belli dentro”, poi ella, presa dalla curiosità, aggiunse:
“E come farai?”
“Non sarà difficile: mentre essi saranno intenti a legar fascine, noi scapperemo senza farci vedere!”
“Come puoi pensare una cosa simile?” gridò alfine disperata la donna. “Come puoi esser così crudele con i tuoi figli?”
Il marito insistette ancora, e tanto fece e tanto disse che la povera donna finì coll’acconsentire, dicendo con aria angelica e rassegnata: “Se così vuole il destino!”
Pollicino, che non si era mai rassegnato a dormire a comando, soprattutto sul pavimento duro, quando aveva udito, dalla sua camera, il parlottare del padre e della madre, e questo era raro perché nella sua casa si risparmiava anche sulle parole, aveva capito che si trattava di cose gravi; allora senza far rumore era scivolato accanto al focolare da dove aveva potuto ascoltare le decisioni dei genitori senza essere visto.
Dopo aver udito quei terribili discorsi si era un poco allarmato, quando poi gli era arrivata alle orecchie la parola “destino”, mormorata con languore spirituale dalla madre, aveva capito che il pericolo era reale ed era tornato nel suo cantuccio accanto ai fratelli perché, prima di prender sonno, aveva bisogno di meditare.
Pensò dapprima di andare a lavorare in miniera, sapeva che l’avrebbero accolto a braccia aperte, perché, piccolo com’era, poteva entrare nelle gallerie senza problemi, ma poi costernato pensò che i suoi genitori avrebbero passato dei guai perché una nuova legge impediva il lavoro minorile, ma non di morire di fame.

(continua...)
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