Fiabe

le fiabe di Angela Cavelli
prendono spunto da quelle classiche

Io non c'ero
tra l'uno e nessuno,
ero un numero dubbio,
negativo.
di Angela Cavelli

Fiabe

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Sabato 2 Aprile, 2011
[...]

“Queste guanciotte non sembran proprio pietre e le tue manine sembran fatte di latte e biscotti e queste braccia tornite e morbide paion proprio di pasta di mandorle, fatte per abbracciare...” “Ma... ma… io sono confuso... allora avevo ragione a stare male... non ho avuto una mamma... ma un fantasma... sempre arrabbiato.. pensavo che fosse per colpa mia... perché ero “piccolo, brutto e anche tattivo....” “Non era più la mamma, ma qualcuno che riempiva di grida e urla l’aria e tu non sei cattivo, né piccolo, né brutto, ma sei un bel birichino...” “E allora tu sei tattivo, tattivo, tattivo!” cantilenò felice il piccolo. “E io ti morsico” gridò ilare il pifferaio mentre Jorghenwar, divincolandosi, si faceva rincorrere ora da quel mostro giocoso che cercava di acchiapparlo per riempirlo di chissà quali morsi... e pizzichi.. Dopo aver girato e fatto piroette per ogni strada di Hamelin per rincorrere il saltellante Jorghenwar che sapeva nascondersi ovunque e che godeva e rideva senza più contenersi di quelle corse da bambino in compagnia di un adulto, il pifferaio ritornò nella piazza con il piccolo scavezzacollo che ormai l’aveva preso per una roccia dolomitica e cercava di scalarla per raggiungere la cima del cappello piumato, gridando: ”Sei mio, sei mio.... sei mio.. sei mio... zio...” Lionel, travestito da Re Leone, si fece largo e raggiunse il pifferaio per cercare, ma inutilmente, di strappargli il piffero con una tenaglia formata da due chele di scorpioni. Poi gli gridò: ”Chi è più forte tra te e me?” Il vivace suonatore di flauto non si fece prendere di sorpresa e inventò lì per lì un gioco: “Sai dirmi la differenza tra un leone e una leonessa, tra un caprone e una capretta, tra un toro ed una mucca, tra una pecora e un montone? Lionel, strabiliato, rimase di stucco: ”Il gioco lo faccio io” mugugnò. Poi si fece pensoso e disse: ”il leone ha... più muscoli, la leonessa ha una... borsetta”. “Che c’è nella borsetta?” “I piccoli leoni...” “E il papà leone c’entra?” “C’entra, c’entra... ma papà vuole la mamma tutta per sé… ma io sono più forte”. “Mi sembra che tu non la dici proprio tutta, qualche dubbio devi averlo, ma, dimmi, se papà leone c’entra con te, perché lotti sempre con lui? Potresti avere anche tu dei beni, sulla tua strada ne potrai trovare tanti.... se ti ci metti, mi sembri ben forzuto e pronto ad acchiappare...” “Forse con te, perché mi pare che il tuo piffero non sia minaccioso e mi fa venir voglia di vincere le Olimpiadi e di prendermi una laurea ad Oxford. Mi muovi il pensiero, pifferaio, ti seguirò ovunque tu andrai”. A questo punto, il pifferaio riprese il suo strumento e prima di suonarlo disse: ”Per concludere ciò che avete cominciato dovrete camminare dietro a me, io vi porterò in un luogo meraviglioso, è un’altra Città nella Città, dove i vostri genitori non vi riconosceranno più e penseranno di avervi persi nella montagna. Ma è solo perché non hanno ancora aperto gli occhi e gli orecchi, quando lo faranno vi ritroveranno più belli e vispi che mai e in questa città ci sarà posto anche per loro”. Dopo aver pensato: ”Se vi lascio soli in questo posto in cui nessuno sa più quel che fa, compreso il primo cittadino che non riesce neppure a stare ai patti, riuscirete solo a perdere la bussola e non combinerete nulla di buono”, cominciò a suonare e tutti i bambini e i giovani lo seguirono, affascinati ormai da quelle parole che uscivano dalla bocca del suonatore e che avevano sciolto dubbi, trasformato pensieri angosciosi in possibilità di esperienze nuove e soddisfacenti. Le dolci note del flauto trascinarono i bambini al limite della città. Cammina, cammina giunsero ai piedi di una montagna dove si aprì una grande porta: il pifferaio la oltrepassò e tutti lo seguirono. Solo un bimbo era rimasto indietro: uno zoppo che non era riuscito a tenere il passo con gli altri. “Pifferaio, amici, aspettatemi” implorava “non chiudete la porta, vengo anch’io”. Ma prima che potesse terminare la sua invocazione, la porta cominciò a chiudersi e il bambino pianse disperato. Poi alzò gli occhi e con sua grande sorpresa lesse un avviso che, seppur in caratteri gotici, era scritto in inglese, francese, tedesco e italiano: ”C’è posto anche per te, sarai tu a portare con te chi vorrà venire con noi”. Nel frattempo, nella città divenuta silenziosa, i genitori dei piccoli e dei giovani, dopo aver battuto inutilmente in lungo e in largo Hamelin e dintorni, si ritrovarono affranti nella grande piazza, teatro di giochi e baruffe dei loro figli, per cercare negli sguardi e nelle parole altrui qualcosa che desse loro almeno un filo di speranza. Ma l’assenza di quei visi paffuti, di quegli occhi ridenti o assorti, di grida, di giochi e di bronci improvvisi pareva a tutti incolmabile. A poco a poco la loro muta angoscia si sciolse in un coro a voci alternate. “Chi ci ridarrà i loro sguardi spalancati e amorosi?” “E chi ci aiuterà a riprendere la memoria della nostra infanzia? “E quale invenzione potrà mai sostituire le loro storie, le loro domande, che erano anche le nostre?” “Quale apparato potrà mai occupare il posto dei loro occhi fiduciosi? “E dei loro giochi avventurosi? “E della loro voglia di diventare grandi?” “E dei loro passi che rendevano lieti i nostri? Mentre nella piazza di Hamelin si svolgeva un dramma da teatro greco, il piccolo zoppo prese la strada del ritorno; era ormai pacificato perché il suo desiderio di ritrovare gli altri bambini e il pifferaio cresceva sempre di più e poi ora aveva un compito, lui, lo zoppo del paese: quello di condurre i grandi, che l’avessero voluto, oltre la soglia della montagna, i grandi che non lo avevano mai considerato. Quando entrò in paese, se li trovò tutti attorno che lo guardavano come fosse un re e pendevano dalle sue labbra e godevano delle sue trovate e delle sue invenzioni, tanto che a lui sembrava già di aver messo un piede oltre la porta della montagna e di aver accanto il pifferaio e gli amici.
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